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    Sand Creek

       
     

    Cochise


    Cochise, figlio di un capo Chiricahua di nome Nachi, verso la fine degli anni trenta del secolo scorso prese il posto di suo padre come capo della sua tribù. Come per molti altri grandi personaggi, le sue doti fuori dall'ordinario si misero presto in luce. La continua guerriglia con i messicani fornì al giovane Cochise sufficienti opportunità per formare le sue qualità di combattente e di grande stratega. Per natura era generoso, aperto e coraggioso, ma non poteva assolutamente perdonare i cacciatori messicani di scalpi e il fatto che con loro fu molto crudele, è stato ingiustamente considerato un lato oscuro del suo carattere. Non si considera però che i cacciatori di scalpi se la prendevano di preferenza con bambini e donne, perché era più facile guadagnare le taglie, e quindi si può comprendere la crudeltà degli Apache. Anche dopo la firma dell'unico trattato concluso tra gli Stati Uniti e gli Apache, il trattato del 1° luglio 1852, i Chiricahua ebbero pochissimicontatti con gli Americani. Negli accordi erano stati garantiti i loro confini e sembrava che si fossero poste le basi di un futuro pacifico. Nel 1858 fu creato il primo servizio postale per San Francisco, il famoso percorso della Butterfield Overland Mail, che attraversava la terra dei Chiricahua dall'altrettanto famoso Passo Apache. In una riunione sul Passo Apache, Cochise si dichiarò pronto a garantire la sicurezza del percorso e i suoi guerrieri aiutarono anche nella costruzione delle stazioni di posta e cacciarono la marmaglia bianca che si aggirava nei dintorni. Questo buon rapporto di Cochise con gli americani era dovuto al fatto che non aveva subito aderito all'invito di suo suocero, Mangas Coloradas, di combattere gli invasori. Del resto non sarebbe certamente entrato in guerra se l'atto folle di uno stolto avesse distrutto la reciproca fiducia: un colono, che viveva con una messicana e il figlio per metà indiano e che era stato più volte avvertito di guardarsi dagli apache, fu attaccato dagli stessi apache, gli fu rapito il bambino e fu derubato del bestiame. Quando il colono informò Fort Buchanan dell'accaduto, il luogotenente Bascom fu incaricato di indagare sul caso. Bascom, che era da poco uscito da West Point e ardeva dal desiderio di farsi un nome, andò al Passo Apache con sessanta soldati per vendicarsi di Cochise. Il capo arrivò con dei parenti, armati solo di coltelli, perché una bandiera bianca sulla tenda dei soldati non lasciava sospettare nulla di male. Quando il capo assicurò di non essere al corrente dell'incidente, Bascom urlò che stava mentendo e diede il segnale prestabilito. I suoi si gettarono sugli apache per farli prigionieri. Ma Cochise fece un balzo felino e tagliò la tenda con un coltello e fuggì, nonostante Bascom avesse ordinato di sparargli. I parenti di Cochise rimasero però nelle mani dell'incapace luogotenente. Senza por tempo in mezzo, Cochise raccolse i suoi soldati e aggredì i soldati che furono obbligati a ritirarsi nell'edificio della stazione della posta. Durante la notte uno degli uomini di Bascom riuscì a fuggire inosservato per chiedere aiuto. Fu così che da Fort Buchenam giunse un gruppo di quindici uomini al comando del capitano Irwin che, nei pressi del passo, trovò i resti carbonizzati di una carovana che Cochise aveva attaccato. Bascom rifiutò l'offerta di Cochise di scambiare i prigionieri e di conseguenza l'infuriato capo fece giustiziare i suoi sei ostaggi. Irwin, intanto, era riuscito a raggiungere Bascom e i due, di comune accordo, ordinarono di impiccare per vendetta i sei apache prigionieri e come monito fecero esporre i corpi appesi degli impiccati. Fu per questo che Cochise si alleò con Mangas Coloradas e da quel momento gli Apache divennero l'incubo dell'Arizona e del New Mexico. Dopo l'assassinio di Mangas Coloradas, il generale Carleton ottenne parecchi successi perché gli Apache erano rimasti turbati e confusi dalla perdita del loro capo più famoso. Una parte di Mescalero si arrese e subito fu condotta a Bosque Redondo, sul Rio Pecos, una specie di campo di concentramento per indiani. Ma la guerriglia proseguì con la stessa intensità. Cochise aveva radunato trecento guerrieri intorno a sé e tenne con il fiato sospeso tutto il Sud-Ovest, nonostante Carleton facesse di tutto per portare a termine l'ordine ricevuto di annientarli. Arruolò come Scouts guerrieri Marikopa, Papago e Pima oltre ad altri nemici storici degli Apache, si assicurò inoltre l'aiuto delle autorità messicane e mobilitò anche la popolazione civile contro gli Apache. Tuttavia nonostante questa gigantesca caccia all'uomo non riuscì a "pacificare" il paese. Lo spirito battagliero di Cochise era rimasto intatto, tanto che con alcune centinaia di guerrieri teneva testa a forze preponderanti. Parecchie migliaia di soldati e sei generali erano in campo contro di lui! E migliaia di bianchi trovarono la morte fino al 1871 e il paese ne uscì devastato. Il governo, riscontrando che la strategia fino a qui tenuta non aveva dato risultati, congedò Carleton. Nel 1865 gli Americani tentarono di avviare nuove trattative, ma Cochise non ci pensava neppure perché i ripetuti inganni degli ufficiali americani lo avevano amareggiato al punto che, nella primavera del 1871, respinse l'invito di Ely Parker, il Commissario irochese per gli affari indiani, di andare a Washington, sostenendo che gli americani non erano affidabili. C'era però un bianco a cui Cochise accordava fiducia: Tom Jeffords, il gestore della stazione di posta di Tucson, che, dopo aver perso sedici carri, si era recato da Cochise per chiedergli di porre fine alle aggressioni. Cochise apprezzò questo coraggio e promise che da quel momento la gente di Jeffords non sarebbe più stata disturbata. Dopo questo primo incontro nacque una profonda amicizia, tanto che in seguito avrebbe avuto un ruolo importante nelle trattative per la pace. Lo spaventoso massacro messo in atto dagli abitanti di Tucson, il 30 aprile 1871 nei pressi di Camp Grani, a spese dei pacifici Aravaipa, del capo Eskiminzin, fece rimanere Cochise, per il momento, sulle sue posizioni. Il totale disprezzo di qualsiasi senso di giustizia evidenziato dai fatti successivi al massacro e l'impunità degli assassini, rafforzò nelle autorità governative la convinzione che fosse necessario fare ogni sforzo per trattare con gli Apache e specialmente con Cochise. Decisiva fu la sconsolante notizia della rovinosa sconfitta del Flying Squadron del luogotenente Cushing - ritenuto invincibile e con un gran numero di apache sulla coscienza - che, alla fine, era caduto in un agguato di Cochise. Nel giugno 1871, il generale Crook prese il comando dell'Arizona e subito fece partire cinque reparti di cavalleria con il compito di riportare Cochise, vivo o morto. Il capo tornò nel New Mexico, ma fece pervenire al generale Granger, a Santa Fé, il messaggio di essere disposto a incontrarlo nell'agenzia di Alamosa, in Canada. Il generale Granger, durante l'incontro ripeté che i Chiricahua avrebbero dovuto andare in riserve a loro destinate e impegnarsi a non lasciarle più. Cochise rispose:

    Le mie parole sono sincere, non voglio imbrogliarti, ma non voglio neanche essere imbrogliato. Ciò che voglio è una solida e duratura pace. Quando Dio creò la terra, ne diede una parte ai bianchi e un'altra agli Apache.., Perché si sono scontrati? Mentre parlo, sole, luna, terra, acqua, uccelli, animali e persino bambini non ancora nati dovrebbero rallegrarsi, I bianchi mi hanno cercato a lungo, ora sono qui. Che cosa vogliono?... Perché danno tanto valore alla mia persona? Non sono più il capo di tutti gli Apache, non sono ricco, sono solo un povero uomo. Il mondo non è stato sempre così. Dio non ci ha creati uguali a voi. Siamo nati come gli animali tra l'erba secca, non in un letto come voi. Per questo di notte ci muoviamo come animali rapiniamo e rubiamo. Se avessimo ciò che voi possedete, non avremmo bisogno di comportarci così. Non ho alcun potere sugli indiani che rubano e uccidono, altrimenti lo impedirei... Dio mi ha ordinato di venire qui. Mi ha detto che sarebbe bene vivere in pace, per questo sono venuto, Quando girava il mondo tra nuvole e aria, Dio è entrato nei miei pensieri e mi ha ordinato di fare pace con tutti, dicendo che il mondo era stato creato per tutti. Quando ero giovane e percorrevo questo paese vedevo solo apache e nessun'altra persona. Molti anni dopo viaggiai di nuovo in questo paese e vidi che altre persone erano venute, per prenderne possesso. Perché?

    Granger comunicò a Cochise i piani del governo di trasferire l'agenzia di Alamosa, in Canada, a Fort Tularosa, ma il capo rifiutò categoricamente perché quella regione non era adatta alla sua gente. Granger cedette e Cochise promise che si sarebbe comportato in modo pacifico. Un testimone oculare del colloquio esprime così l'impressione che gli fece il capo Chiricahua:

    Mentre parlava, ci fu offerta l'occasione di osservare quest'uomo straordinario... Era alto 1 metro e 85, snello, e nel suo solido corpo si vedeva ogni singolo muscolo. Tra i suoi capelli neri e lucidi, tagliati circa all'altezza del mento, si vedevano ciocche d'argento. Il suo aspetto dava l'idea di una forza inconsueta.

    Quando il governo, qualche tempo dopo, si intestardì sul trasferimento degli agenti, Cochise e i suoi Chiricahua tornarono in montagna. Con la mediazione di Tom Jeffords si svolse un incontro tra Cochise e il generale Oliver O. Howard, che si trattenne nel campo apache per undici giorni e ricavò un'ottima impressione di Cochise e, nell'insieme, degli Apache. Riconobbe che gli Apache avevano subito gravi torti e si preoccupò di arrivare a una pace onorevole. Howard arrivò a rinunciare alla sua proposta, negoziata fino a quel momento, che prevedeva che i Chiricahua avrebbero dovuto essere trasferiti in una riserva sul Rio Grande, promettendo invece a Cochise una riserva nelle Chiricahua Mountains. Il generale era anche consapevole dell'importanza di avere un buon e, soprattutto, onesto Agente per gli Indiani e propose la carica a Tom Jeffords che, dopo alcune esitazioni, accettò. All'inizio riuscì a svolgere il suo incarico piuttosto bene, nonostante le numerose difficoltà provocate principalmente da un potente gruppo di uomini d'affari di Tucson, che non vedeva di buon occhio una pace con gli Apache. Del resto lo stesso governo di Washington fece la sua parte per far fallire il progetto iniziato con la migliore volontà di entrambe le parti. Non si preoccupò delle promesse fatte del generale Howard a nome del presidente Grant, non costruì ne negozi, ne scuole, mandò vettovaglie inutilizzabili o addirittura non le mandò e propose per giunta ai Chiricahua di diventare agricoltori, senza tener conto che il terreno non era adatto e mancavano gli attrezzi per lavorare la terra. Per risparmiare, alla fine, il governo decise di sciogliere la riserva di Chiricahua e di trasferire gli Apache che vi vivevano nella riserva di San Carlos. Cochise non reagì a questa notizia funesta con l'asprezza che ci si sarebbe aspettati. All'inizio del 1874 si ammalò gravemente e capì che non aveva più molto da vivere. Chiese ai suoi vicecapi, tra cui vi erano i suoi figli Taza e Naiche, che nessuna forza avrebbe dovuto spingerli a lasciare la loro patria. Protestò anche Tom Jeffords, ma senza successo. Poco dopo, Cochise fu assalito da forti dolori, anche se nessuno fu in grado di stabilire di che cosa soffrisse, neppure il medico dell'esercito che Jeffords aveva portato da Fort Bowie. Cochise morì prima che Jeffords avesse potuto portare ancora il medico, per aiutarlo. Non si sa ancor oggi dove Cochise venne sepolto, perché Jeffords protesse questo segreto fino alla sua morte. In ricordo del grande capo Chiracahua gli fu dedicato il Cochise Memorial Park nelle Dragon Mountains, dove si trova una targa alla memoria con questa incisione:

    Nel 1874 Cochise morì qui nel suo rifugio in montagna che amava più di ogni altra cosa. Fu il più grande guerriero apache e i suoi lo seppellirono in segreto, tanto che il luogo della sua tomba è rimasto sconosciuto.

    Quando Jeffords voleva lasciare l'incarico, addolorato per la morte dell'amico, furibondo perché gli Americani non avevano mantenuto la parola, i figli di Cochise lo pregarono di rimanere. Anche in seguito Jeffords fu un amico fedele dei Chiricahua e appoggiò con tutte le sue forze Taza, che il padre aveva scelto come suo successore, tuttavia non riuscì a far breccia sull'influenza che la potente "cricca" degli uomini d'affari di Tucson esercitava sulle autorità. Alcune centinaia di Chiricahua dovettero perciò mettersi in viaggio verso la riserva di San Carlos, paludosa e infestata dalla malaria. Le condizioni di vita nella riserva erano indescrivibili e gli Apache si incupirono, alcuni cercarono una fuga nell'alcool, perdendo sempre di più la capacità di reagire. Il primo a porre fine a questo insostenibile stato di cose e a lasciare con i suoi guerrieri quella valle di disperazione, fu il capo Mescalero Victorio, mettendo in atto una vera e propria evasione.

    Canti Indiani d'America

     

     

    AGONIA DEL GUERRIERO


    Sotto un cielo svuotato,
    solo,
    Disteso nella prateria,
    io,
    fulcro di gloria insanguinato,
    sdegno i lamenti
    ma lancio nell'aria,
    il richiamo possente del Dio
    "Baim wa"
    (algonkin Chippewa)


    Canto del Dio della Piccola Guerra

    (Navajo)


     Sono andato alla fine della terra,sono andato alla fine dell’acqua,sono andato alla fine del cielo,

    sono andato alla fine delle montagne,

    non ho trovato nessuno che non fosse mio amico. 


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    Canto tradizionale delle stelle, Passamaquoddy

     

    Noi siamo le stelle che cantano.

    Noi cantiamo con la nostra luce.

    Noi siamo gli uccelli di fuoco.

    Non voliamo in cielo.

    La nostra luce è una voce.

    Noi abbiamo fatto costruire una strada

    affinchè lo spirito la usi.

    Canto, Navajo

     

    Quando attraverso il Deep Canyon

    senza nulla al posto della pancia

    nulla al posto del cuore

    cerco il mio amico Arcobaleno

    cammino dolcemente come un dolce cerbiatto

    sulla strada colorata di pioggia dell’arcobaleno

     

    http://www.oasidelpensiero.it/saggezza_indiana/nativi/clip2.jpg










    IL GENOCIDIO di una razza

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    IL GENOCIDIO. Dalle invasioni europee (XVI secolo), la storia degli indiani d'America divenne la storia della loro progressiva distruzione culturale e fisica. La violenza delle armi, la devastazione del sistema produttivo, l'introduzione della servitù e della schiavitù, la diffusione di nuove malattie, tutto concorse a che nella seconda metà del XVI secolo gli aborigeni dei Caraibi fossero praticamente scomparsi e che nelle zone più popolose del continente vi fosse una riduzione della popolazione da 20 a 1. Questa immensa perdita di vite fu accompagnata dalla distruzione culturale: si proibirono le religioni native, si distrussero monumenti e città, si annientò la storia passata. A partire dal 1650 nelle regioni andine e mesoamericane si profilò un lento recupero demografico. L'impegno iniziale, da parte dei colonizzatori britannici al nord, di proteggere le terre indiane (risale al 1763 la dichiarazione di re Giorgio III di Gran Bretagna, secondo cui tutte le terre a ovest delle fonti dei fiumi che, da ovest e nordovest, si gettano in mare erano riservate agli indiani) venne meno non appena le massicce immigrazioni dall'Europa resero necessari territori sempre più vasti per gli insediamenti dei bianchi. Tra i contraddittori tentativi fatti dal governo statunitense per tutelare parzialmente gli indiani, rientrò la creazione del Bureau of Indian Affairs, del 1789. A partire dal 1830, con l'' Indian Removal Act iniziò la campagna di sistematica riduzione di spazio destinato alle culture native, accelerata dalla scoperta dell'oro in California. Tutto questo, negli anni che vanno dal 1850 al 1880, scatenò alcune tra le più sanguinose guerre indiane, conclusesi nel 1890 con il massacro di Wounded Knee, che segnò la capitolazione definitiva degli indiani. L'atteggiamento governativo nei confronti degli indigeni, cambiato più volte nel corso della storia statunitense, andò dalla politica di garantismo, mai concretamente realizzata, a una politica di intervento pesante degli apparati federali nella gestione dei territori indiani. Con il General Allottment Act (1871) venne privatizzato lo spazio riservato alle tribù, compiendo così una doppia operazione di sradicamento culturale e sottrazione territoriale (gli indiani persero il 62 per cento delle terre). Nel 1934, l'Indian Reorganization Act si proponeva di fare parzialmente ammenda alle precedenti ingiustizie, ma il periodo più significativo in questo senso fu quello degli anni 1950-1970, durante il quale il dipartimento federale degli Interni promosse una politica di decentramento e autogoverno nelle riserve (1954), attuata con il sostegno di enti governativi autonomi quali l'' Indian Service. Nel 1950 la popolazione indigena totale degli Stati uniti era calcolata in 455.500 unità, rimasta poi sostanzialmente stabile. Negli anni ottanta si calcolava che in territorio americano, senza contare la vasta umanità meticcia, vi fossero 40 milioni di indios con i poli più consistenti in Bolivia, Perù, Ecuador, Guatemala e Messico. Fenomeno recente e in crescita è l'organizzazione indigena, che rivendica il diritto a lingua, religione, costumi e territorio propri.


    J.L. Del Roio, M.C. Iuli

    La voce Indiana



     LA VOCE INDIANA


    Io sono la Voce Indiana.
    Voglio che mi sentano in tutti i nostri territori.

    Tatanka Iyotake o Tatanka Yotanka,Toro Seduto, Sioux
    da: "Il Grande Spirito parla al nostro cuore" Ed. Red    

    Guardate, fratelli miei, la primavera è arrivata;
    la terra ha ricevuto l'abbraccio del sole
    e noi vedremo presto i risultati di questo amore!
    Ogni seme si è svegliato.
    E così anche tutta la vita animale.
    E grazie a questo potere che noi esistiamo.
    Noi perciò dobbiamo concedere ai nostri vicini,

    anche ai nostri vicini animali,
    il nostro stesso diritto di abitare questa terra

    - Navaho
    da: "Leggende degli Indiani d'America" Ed. Demetra

     

    Nella casa della lunga vita io cammino
    nella casa della felicità io cammino
    la bellezza è davanti a me io cammino con lei
    la bellezza è sotto di me io cammino con lei
    la bellezza è sopra di me io cammino con lei
    la bellezza è tutt'intorno a me io cammino con lei
    nel viaggio della vecchiaia io cammino con lei
    e sulla pista meravigliosa io cammino con lei

    Poesie Indiane

     

    Non Ti Auguro un Dono Qualsiasi

    Non ti auguro un dono qualsiasi,
    Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
    Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
    se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
    Ti auguro tempo, per il tuo Fare e il tuo Pensare,
    non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
    Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
    ma tempo per essere contento.
    Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
    ti auguro tempo perchè te ne resti:
    tempo per stupirti e tempo per fidarti
    e non soltanto per guardarlo sull'orologio.
    Ti auguro tempo per toccare le stelle
    e tempo per crescere, per maturare.
    Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
    Non ha più senso rimandare.
    Ti auguro tempo per trovare te stesso,
    per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
    Ti auguro tempo anche per perdonare.
    Ti auguro di avere tempo,
    tempo per la vita.


    LA VOCE INDIANA

    Io sono la Voce Indiana.
    Voglio che mi sentano in tutti i nostri territori.
    Da duecento anni sono prigioniero di guerra
    nella mia terra.

    Sono prigioniero dell’odio e dell’avidità,
    della menzogna e del pregiudizio,
    dell’indifferenza e dell’ignoranza,
    dell’ingiustizia
    degli uomini che schiacciarono
    con la forza del loro numero me e il mio Popolo,
    da quando scesero sulle mie spiagge
    e invasero la mia terra nativa.

    Imposero a me
    la loro società, la loro religione, le loro leggi,
    ed è per questo che la mia gente
    ora è ridotta a meno di quanto era,
    quando con false promesse vennero
    per la prima volta sulle nostre spiagge.

    Io sono la Voce Indiana collettiva
    e grido forte dalle milioni di tombe
    di spiriti senza pace
    e milioni sono le grida che si alzano
    e chiedono:
    Dov’è il mio futuro?
    A chi appartiene?
    Appartiene al mio Popolo?
    Ci sarà felicità sulla terra
    Che per diritto è mia?
     



    IL VECCHIO - Sandoval, Hastin Tlo'tsi hee, Navajo

    da: "Il Grande Spirito parla al nostro cuore" Ed. Red
    Voi mi guardate e voi non vedete in me che un brutto vecchio, ma interiormente, io sono colmo di una grande bellezza.
    Sono seduto in cima a una montagna e guardo al futuro.
    Vedo il mio popolo e il vostro popolo che vivono insieme.
    In avvenire il mio popolo dimenticherà il modo di vivere dei suoi antenati, a meno che non l'apprenda dai libri dell'uomo bianco.
    Quindi voi dovete scrivere ciò che vi dico e farne un libro affinché le generazioni a venire possano conoscere questa verità.



    Amico, guardami!

    Sono qui a supplicarti per la tua veste.

    Sono qui per te:

    per il tuo legno, i tuoi rami,

    la tua corteccia, le tue radici.

    Sono qui perché tu abbia pietà di noi.

    Tu ci dai generosamente la tua veste

    e io sono qui a implorarti per questo,

    tu che dai lunga vita.

    Per te io farò un cesto

    con le tue radici.

    Ti imploro, amico:

    non provare collera

    per quello che farò.

    E dillo ai tuoi fratelli

    perché sono qui.

    Amico, proteggimi!

    Amico, allontana la malattia da me

    e la morte in guerra.

    Preghiera Kwakiutl