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    Emigrazione,pregiudizio e xenofobia nei confronti degli Italiani



      
    Emigrazione,pregiudizio e xenofobia nei confronti degli Italiani


    Un emigrato italiano a proposito dell'"american dream" disse: arrivai in America pensando che le strade fossero lastricate d'oro, ma imparai subito tre cose: 1) le strade non erano lastricate d'oro; 2) le strade non erano lastricate affatto; 3) io ero quello che doveva lastricarle.

    Solo tra il 1880 e il 1920 oltre quattro milioni di italiani, soprattutto meridionali, emigrarono in America. Inizialmente trovavano ad accoglierli la "Statua della Liberta' che illumina il mondo" (questo e' il suo nome per esteso). Ma in realta', sbarcati a Ellis Island ed entrati negli Stati Uniti, gli italiani erano invece accolti dal forte pregiudizio negativo di una maggioranza bianca (piu' bianca di loro), anglosassone e protestante (dunque di etnia, mentalita' e religione diversa). E spesso non si capivano neanche con altre minoranze cattoliche (irlandesi, polacchi, portoghesi).

    A parte qualche mafioso, gli italiani finivano solitamente a fare i lavori piu' umili e faticosi: spazzini, lavoratori nella costruzione di ferrovie, scaricatori di porto, minatori, braccianti agricoli, calzolai, stagnini, quando andava meglio venditori ambulanti, fruttivendoli. Questo era per la stragrande maggioranza di loro l'"american dream", il sogno americano.
    Gli italiani tutti mafiosi

    Il pregiudizio piu' comune era che gli italiani nascessero di indole violenta, che fossero tutti mafiosi, ma anche eccessivamente sentimentali, superstiziosi, rozzi, ignoranti. Essi vivevano per lo piu' in quartieri sovraffollati e malsani, spesso chiamati Little Italy o little qualcos'altro, in citta' quali New York, New Orleans, Chicago, San Francisco. Una sezione del French Quarter di New Orleans per esempio, dove vivevano gli italiani, si chiamava "Little Palermo", perche' in tanti provenivano da Palermo o dai suoi dintorni.

    Siccome gli italiani provenivano in prevalenza dal meridione, per via del termine usato spesso tra loro nella conversazione - come del resto si usa ancora oggi nell'Italia meridionale - venivano chiamati gumba'. Altri appellativi usati in senso dispregiativo erano: "Guido"; "guinea", "dago", "greaseball", "wop". Guido pare si riferisse allo stereotipo dello spaccone. Guinea si riferiva originariamente a schiavi negri, termine poi esteso nell'uso agli italiani per via della loro carnagione olivastra. Dago perche' tanti italiani lavoravano a giornata (dunque pagati a giornata, as the "day goes", da cui dago). Greaseball (palla di grasso) perche' gli italiani usavano molta brillantina per i capelli. L'origine di wop e' interessante. Ci sono due ipotesi: si discute se derivi da With Out Papers (senza passaporto all'arrivo ad Ellis Island) o, piu' semplicemente, dal "guappo" del dialetto napoletano.

    Gli italiani un po' negri

    Soprattutto i siciliani, di pelle un po' piu' scura, erano considerati "l'anello mancante" ("missing link"), una via di mezzo tra bianchi e negri, per via di carnagione olivastra, occhi e capelli neri, capelli a volte ricci. E cio' avveniva in un periodo in cui la discriminazione razziale era molto forte, soprattutto nel violento sud degli Stati Uniti, dove peraltro casi di linciaggio di negri erano relativamente frequenti. Forse non e' un caso che alcuni italiani furono tra i pionieri della musica jazz, nata a New Orleans. Fu proprio un emigrato italiano di New Orleans, il trombettista Nick La Rocca, ad incidere con la sua Original Dixieland Jazz Band il primo disco di musica jazz (il 26/2/1917: "Livery stable blues" e "Dixie Jass Band one step", inciso per la Victor).

    Nel profondo sud tanti italiani, sbarcati a New Orleans, finivano a lavorare come braccianti agricoli nelle piantagioni di cotone o di canna da zucchero, rimaste a corto di mano d'opera dopo l'abolizione della schiavitu'.

    Nel tempo il pregiudizio verso gli italiani, non del tutto desiderabili, porto' il congresso americano ad approvare nel 1921 una legge che limitava la quota di immigrati dall'Italia a non piu' di 29.000 all'anno. Questa legge rimase in vigore fino al 1965.

    C'e' un'altra storia di pregiudizio, piu' triste perche' riguarda i bambini. All'inizio del '900 i bambini di immigrati italiani a scuola venivano considerati dagli insegnanti inferiori da un punto di vista intellettivo, e venivano successivamente avviati al lavoro manuale piuttosto che al college.

    I diritti civili degli italiani

    Gli italiani non dovettero subire solo il pregiudizio che li vedeva tutti come immigrati poveri, rozzi, di dubbia etnia, predisposti al crimine. Ci fu anche violenza, violazione dei diritti civili, e persino - piu' tardi, durante la seconda guerra mondiale - deportazione per alcuni in campi di prigionia, e confisca dei loro beni.

    Cominciando dalla storia relativamente piu' recente e tornando indietro nel tempo:

    1) Dopo l'inizio della seconda guerra mondiale tanti italiani (come anche giapponesi e tedeschi) che non avevano ancora la residenza negli Stati Uniti vennero classificati come "enemy alien" (stranieri nemici). Per il timore di sabotaggi, alcuni vennero deportati in "campi di internamento" militari e vennero tenuti li' reclusi fino a due anni; tanti altri vennero schedati dall'FBI e furono soggetti a limitazioni delle loro liberta' civili.

    2) Negli anni '20 i due anarchici italiani Sacco e Vanzetti vennero processati e condannati a morte (uccisi entrambi con la sedia elettrica il 23 agosto 1927). E' opinione diffusa che un forte pregiudizio contribui' a farli condannare. Infatti il governatore del Massachussetts, Michael Dukakis, nel 1977 ammise che nel caso di Sacco e Vanzetti "vennero meno gli elevati standards della giustizia del Massachussets".

    3) Tra il 1890 e il 1915 vennero linciati negli Stati Uniti un totale di 48 italiani. Il piu' atroce di questi linciaggi, e anche il piu' grosso linciaggio di massa che la storia americana ricordi, fu quello di un gruppo di 11 italiani, avvenuto a New Orleans nel 1891.

    Il caso Hennessey e il linciaggio degli italiani a New Orleans

    Gli immigrati italiani a New Orleans verso il 1890 erano circa 30.000, il 90% siciliani. David Hennessey, il capo della polizia di New Orleans, venne assassinato in un'imboscata mentre tornava a casa, molto probabilmente da avversari politici, o forse dalla mafia - che allora si chiamava "la mano nera". Il sindaco Shakespeare ordino' alla polizia: "arrestate ogni italiano che incontrate!". Ne vennero arrestati 250, e tanti di loro in carcere vennero presi a botte, al punto che il console italiano protesto' chiedendo che gli italiani arrestati "venissero trattati con la stessa considerazione come quelli di altre nazionalita'". Si diede piu' peso all'ipotesi del delitto mafioso, che non a quella del delitto politico. Cinque degli italiani arrestati vennero accusati dell'uccisione di Hennessey e processati. Nel frattempo il quotidiano locale Times Democrat usci' con una incitazione a formare "commissioni che assistano gli uomini di legge nello scacciare la mafia assassina" e a mandare in giro ronde di vigilantes. Il sindaco Shakespeare in un discorso al City Council disse "dobbiamo dare a questa gente una lezione che non dimenticheranno mai piu'". Il sindaco formo' una commissione di notabili, la "commissione dei cinquanta". Una lettera aperta di questa commissione agli italiani di New Orleans, pubblicata sui giornali, concludeva minacciosamente: "A tutto questo dobbiamo por fine, pacificamente e nel rispetto della legge se possibile, violentemente e sommariamente se necessario". Al processo il pubblico ministero non riusci' a produrre sufficiente evidenza per far condannare il gruppo di italiani. Il giorno dopo, il 14 marzo 1891, migliaia di cittadini di New Orleans gridando "impicchiamo i dagos" assalirono la prigione dove gli italiani erano detenuti e ne uccisero 11: alcuni con armi da fuoco, altri impiccandoli, altri ancora a bastonate.

    In seguito un giornale locale, nel commentare l'episodio, scrisse: "la piccola prigione era affollata di siciliani la cui fronte bassa con linea dei capelli che recede, le cui espressioni rivoltanti e i cui abiti trasandati proclamano la loro natura brutale".

    Il governo italiano reagi' e stava per mandare navi da guerra. Ma il presidente Harrison condanno' il linciaggio, che defini' "un'offesa contro la legge e l'umanita'". Gli Stati Uniti pagarono alle famiglie delle vittime 25.000 dollari di indennita'. Le ostilita' tra i due paesi cessarono, il pregiudizio verso gli immigrati italiani no. L'America comincio' a limitare l'immigrazione di quella che vedeva come "la feccia dell'Europa".

    Come il sindaco di New Orleans Shakespeare considerava gli immigrati italiani

    "...questa parte del paese (sud della Louisiana) e' stata purtroppo scelta da immigrati provenienti dalle peggiori classi d'Europa, italiani del sud e siciliani. New Orleans ha una proporzione insolitamente elevata di immigrati da questi paesi (sic) e noi li troviamo i piu' indolenti, malvagi e indegni individui che sono tra di noi. Una grossa percentuale di loro fugge dalla giustizia, o sono ex-carcerati aiutati ad emigrare dal governo o dalla loro comunita' che cerca cosi' di liberarsene. Essi raramente mettono su casa, si riuniscono in bande, non imparano la nostra lingua, non hanno rispetto ne' per il nostro governo e ne' per l'obbedienza alle sue leggi. Monopolizzano il commercio della frutta, delle ostriche o del pesce e fanno quasi sempre i venditori ambulanti, gli stagnini, o i calzolai (gli ultimi due mestieri li imparano nelle loro prigioni in patria). Sono sudici nelle loro persone e nelle loro case; le nostre epidemie quasi sempre originano dai loro quartieri. Sono privi di coraggio, onore, verita', orgoglio, religione o qualsiasi altra qualita' che definisce il buon cittadino. New Orleans potrebbe anche permetterselo (se una tal cosa fosse legale) di pagare per farli deportare. Con l'eccezione dei polacchi, non conosciamo nessun'altra nazionalita' che e' peggiore come gente."

    "Don't Speak the Enemy's Language!"

    Oggi le cose sono molto cambiate e gli italiani negli Stati Uniti sono addirittura per molti versi ammirati. Oggi l'emigrazione dall'Italia verso gli Stati Uniti e' piuttosto un'emigrazione intellettuale. Prima di conoscere queste storie terribili mi sono spesso chiesto come mai nessuno degli italo-americani di seconda o terza generazione che ho incontrato anche a New Orleans - e ne ho incontrati tanti nel tempo - parla l'italiano.

    Un poster diffuso negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale dice: "Don't Speak the Enemy's Language! Speak American!". Dopo aver appreso questo, e le altre storie riportate, ho capito che conveniva agli italiani imparare presto la nuova lingua e assimilare rapidamente la nuova cultura; conveniva dimenticare l'italiano, non insegnarlo ai figli. Conveniva "americanizzarsi", mimetizzarsi il piu' presto ed il piu' efficacemente possibile per evitare il pregiudizio.



    Alcuni esempi storici [modifica]

    • Nel 1890 a New Orleans furono linciati 11 italiani, tutti siciliani, accusati ingiustamente di aver ucciso il capo della polizia urbana
    • Nell'agosto del 1893 la cittadina francese di Aigues-Mortes fu teatro di un conflitto tra operai francesi e italiani impiegati nelle saline di Peccais, che si trasformò in un vero e proprio eccidio con nove morti e un centinaio di feriti tra i lavoratori italiani. La tensione che ne seguì fece sfiorare la guerra tra i due Paesi 
    • La discriminazione di una donna italiana in un tribunale dell'Alabama, nel 1922 (processo Rollins versus Alabama), considerata non appartenente alla razza bianca.
    • Durante il processo agli anarchici italiani Sacco e Vanzetti, avvenuto a Boston nel 1927, il pregiudizio contro gli immigrati italiani emerse con chiarezza e contribuì, pur non essendo l'elemento decisivo, alla loro condanna a morte.
    • In Australia gli italiani dal 1891 agli anni sessanta del XX secolo venivano schedati al momento dell'immigrazione come Coloured o Semi-White oppure come Olive per via della pelle olivastra.
    • Il sentimento antiitaliano in Svizzera si è manifestato cruentemente nel 1971, con l'uccisione dell'immigrato italiano Alfredo Zardini.
    • Il presidente statunitense Richard Nixon, durante la sua visita in Italia all'inizio degli anni settanta, dichiarò che non soltanto gli italiani si comportavano in un modo diverso dagli altri europei, ma avevano anche un "odore" diverso.
    • La copertina della rivista tedesca Der Spiegel nel 1977, periodo di acme degli anni di piombo, mostrava una foto di un piatto di spaghetti conditi con sopra una pistola, in riferimento alla presenza del terrorismo in Italia. Replicata nel 2006, in occasione dei mondiali di calcio con intento ironico ma egualmente a sfondo razzista.
    • Nel 1990 all'appassionato di golf John A. Segalla, ricco costruttore nello Stato del Connecticut, venne negata l'iscrizione ad un prestigioso ed esclusivo circolo del golf a causa del cognome italiano. Ciononostante, egli rispose costruendo il suo proprio club di golf nel 1993.
    • Nel 2004, Daniel Mongiardo, un medico e politico democratico italoamericano, corse contro il Repubblicano Jim Bunning per il seggio senatoriale del Kentucky. Visto la carnagione scura e l'aspetto fisico di Mongiardo, Bunning dichiarò che "assomigliava ad uno dei figli di Saddam Hussein"e, in seguito, che gli scagnozzi di Mongiardo avevano assalito sua moglie. Non pochi commentatori interpretarono come razziste queste dichiarazioni.
    • In una rivista giapponese[senza fonte] nel 2006 è apparsa una classifica intitolata Itaria-jin no ya-na tokoro besto ten (Le dieci cose peggiori degli italiani), che descrive gli italiani come bugiardi, ritardatari e irrispettosi delle regole. [7]
    • Il 10 ottobre 2007, in Germania il Tribunale di Buckeburg ad un cameriere italiano riconosciuto colpevole di stupro, segregazione e violenza di gruppo verso la sua ragazza, ha ridotto la pena da 8 a 6 anni di carcere anche in considerazione della sua origine sarda. Nella sentenza di condanna, la riduzione di pena è stata così giustificata dal giudice tedesco: "Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell'imputato. È italiano. Il quadro del ruolo dell'uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusante, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante"
    • Nel 2008 in Germania la catena di negozi MediaWorld ha commissionato una serie di spot pubblicitari che hanno per protagonista un italiano vestito come un buzzurro (canottiera con stemma tricolore, occhiali da sole sulla fronte, catena d'oro al collo, baffetti neri e una parlata maccheronica) che si comporta come un truffatore sempre pronto a turlupinare il prossimo compiacendosi dei suoi biechi sotterfugi. La macchietta appare assai simile al personaggio di Alberto Bertorelli, protagonista di una vecchia sit-com della BBC.
    • Nel 2009 un istituto di lingue olandese, per pubblicizzare i propri corsi di lingue, definisce gli italiani "pagliacci di pasta".[






    "MUSI NERI": Minatori ITALIANI, emigrati in Belgio nel dopo Guerra



    A causa di un errore umano, l’8 agosto del 1956, il Belgio venne scosso da una tragedia senza precedenti. Un incendio, scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbone fossile di Bois du Cazier, causò la morte di 262 persone di dodici diverse nazionalità. 136 minatori erano italiani. Rimasero senza via di scampo, soffocati dall'ossido di carbonio e braccati dalle fiamme. Le operazioni di salvataggio furono disperate fino al 23 agosto, quando uno dei soccorritori diede l’annuncio, in italiano: "Tutti cadaveri".
    Il 23 giugno del '46 De Gasperi firmò un accordo con il Ministro belga Van Hacker che prevedeva l'acquisto di carbone ad un prezzo normale di mercato, in cambio dell'impegno italiano di mandare 50 mila uomini per il duro e pericolosissimo lavoro in miniera. Tra il '46 e il '57 in Belgio arrivarono 140 mila italiani.
    Arrivati in Belgio, a Charleroi, per gli italiani fu uno shock rendersi conto di che cosa volesse dire veramente lavorare in miniera. I problemi poi continuavano anche fuori dal lavoro: venivano chiamati "musi neri", "fascisti", "sporchi maccaroni", e spesso la loro realtà fu quella dell'emarginazione.
    Alle 08:30 dell'8 agosto 1956, nel pozzo n. 1 di Marcinelle, lo scoppio di un incendio uccise 262 minatori. 136 erano italiani. Le fiamme vennero domate completamente solo all'alba del giorno seguente.
    Cinque giorni dopo la tragedia, le radio dissero che c'era ancora speranza. Ma quando i soccorritori arrivarono a quota 1.035, dove si riteneva che alcuni minatori potessero essersi rifugiati, trovarono solo i loro cadaveri. Le fiamme e i gas erano arrivati anche lì. Il paese italiano più colpito dalla tragedia fu Manoppello, in abruzzo, con 22 morti.

    CENNI STORICI SU MANOPPELLO


    MANOPPELLO


    CENNI STORICI SU MANOPPELLO

    Avvolta come in una nicchia dalle verdi sfumature delle sue colline e dalle vette innevate della Majella, a 217 metri sul livello del mare, si innalza Manoppello in una posizione geografica particolarmente felice, che favorisce il contatto in breve tempo sia con le zone marine che con quelle della più alta montagna.
    Il "manoppio", piccola quantità di grano capace di esser contenuta tutta in una mano, che campeggia sullo stemma del paese, sembra confermare l'etimologia del nome Manoppello risultante dalla contrazione del termine manus col tema plere per significare "mano piena". Sia il covone di grano che la denominazione del luogo rimandano alla fertilità della terra, che in epoche passate garantiva prosperità e abbondanza di risorse alimentari.
    Numerosi reperti archeologici sono stati rinvenuti nella zona ancora oggi denominata Valle Romana, la quale ci rimanda indiscutibilmente alla presenza dei Romani, mentre i due monasteri di Santa Maria Arabonae di Vallebona attestano il culto della dea Bona.

    L'attuale insediamento urbano, nelle sue caratteristiche architettoniche, porta la chiara impronta delle strutture urbanistiche medievali. A scopo difensivo Manoppello sorse su di una collina e fu abbracciata da una cinta muraria della quale oggi resta solo uno scorcio. Delle quattro porte d'accesso all'antica cittadina, poste in corrispondenza dei punti cardinali, restano, invece, tracce evidenti. Arteria principale dell'agglomerato è il corso che si snoda tra le due estremità del centro storico, da Piazza San Francesco, in cui un tempo sorgeva un convento francescano del quale non restano che preziosi ruderi, a Piazza Castello, così denominata perché vi si ergeva il castello tanto citato dalle fonti e famoso per l'assedio che sostenne nel 1392 contro Ladislao, e nel 1440 contro Braccio di Montone.
    Il corso è arricchito dal pregio architettonico di imponenti palazzi dalle cornici in pietra finemente lavorati, tuttora abitati e un tempo sede dei signorotti del luogo; un tessuto edilizio di minor valore si estende, invece, nella parte ovest del paese - molto più sviluppata della parte est- che pare costituisse il nucleo originario dell'insediamento longobardo, in seguito ampliato e meglio definito nell'assetto odierno.
    Un documento che ci permette di stabilire il periodo della fondazione del paese - che dagli inizi della sua storia fu per più di un secolo alle dipendenze del monastero di Montecassino - è un Diploma dell'imperatore Ludovico Il risalente all'874, anno in cui avvenne la donazione del castello di Manoppello alla badia di San Clemente a Casauria.
    E' attestato, inoltre, che la contea di Manoppello fu fondata nel 1061 e primo conte ne fu un tale Boamondo. In seguito, più volte depredato e saccheggiato dal conte Riccardo e dal figlio Roberto, nel 1140 l'intero territorio della contea fu affidato da re Ruggieri ad un altro conte Boamondo, detto di Tarsia. Nella rassegna dei feudatari d'Abruzzo, tenutasi attorno al 1150, quella di Manoppello risultò essere la contea più grande; il Conte aveva in demanio anche Popoli, ottenuta direttamente dal Re, e la badia di san Clemente a Casauria era in comitatu Manuppelli.
    Nel 1197 la contea di Manoppello venne donata dal sovrano Federico Il ai due fratelli Maniero e Gentile di Palearia (o Pagliara), che alcuni documenti dell'epoca definiscono "conti di Manoppello"; in seguito, nel 1271, furono "signori di Manoppello" Matteo e Fulcone De Plesiaco.
    Nella mostra dei feudatari del 1279 Manoppello risulta appartenere a Tommasa, ultima erede dei Pagliara; dal suo matrimonio col conte Giordano, nacque Maria di Suliaco, che nel 1340 sposando Napoleone Il de flliis Ursi, consegnava in dote le ricche signorie della madre alla famiglia Orsini che tanta parte ebbe nella storia di questa cittadina.
    Antica famiglia quella degli Orsini, nel XIII secolo si divise in tre rami, tra cui quello di Napoleone che ebbe feudi in Abruzzo e fu Conte di Manoppello con l'assenso della regina Giovanna. Successore del Conte Napoleone fu, nel 1369, il figlio Giovanni al quale seguì Napoleone III che non solo ereditò i possedimenti paterni, ma fu anche autorizzato a battere moneta nel 1383.
    Oltre che agli Orsini e alla famiglia Colonna, la contea di Manoppello, se pur per brevissimi periodi, fu appannaggio anche dei Savoia, i quali la ricevettero in dono da Re Luigi Il D'Angiò per ben due volte, la prima nel 1360 circa, la seconda nel 1390. Ma già nel 1391, con il consenso del re Ladislao, ritroviamo i possedimenti della contea in mano agli Orsini i quali, da quella data, più volte dovettero impegnarsi a riconquistarli per perderli definitivamente nel 1495 quando, in occasione della ritirata di Carlo VIII, disceso alla conquista del Regno di Napoli, la nostra cittadina, strappata a Camillo Pardo Orsini fu ceduta da re Ferdinando prima a Bartolomeo D'Alviano e in seguito, nel 1515, a Fabrizio Colonna.
    Nonostante le rivendicazioni degli Orsini, dopo la ritirata francese, Manoppello restò per lungo tempo nelle mani della famiglia Colonna, mentre l'ultimo Orsini, Camillo Pardo, nel 1533 si spense a Roma.
    Nel frattempo un fatto nuovo, imprevisto: un pellegrino consegna a Donat'Antonio Leonelli un velo. A questo velo sarà per sempre legato il nome di questo paese: VOLTO SANTO DI MANOPPELLO.

    Nel 1638 i cappuccini vengono in possesso di questa reliquia.
    P. Donato da Bomba, nel 1640, scrive una "Relazione Istorica", conservata nell'archivio provinciale di cappuccini de L'Aquila. In essa viene narrato come il Volto Santo sia giunto a Manoppello portato da un misterioso pellegrino, restato in casa Leonelli fino al 1608, preso con forza da Pancrazio Petrucci, venduto a Giacom’Antonio De Fabritiis e da questi donata ai cappuccini. (il testo completo della “Relatione Historica è consultabile nel sito).
    Il convento dei cappuccini viene fondato, dal 1618 al 1620, proprio negli anni in cui Giacom'Antonio De Fabritiis faceva porre il sacro velo tra i due vetri. La chiesa viene dedicata a S. Michele Arcangelo. In questa chiesa viene esposto alla venerazione del popolo il Volto Santo il 6 Aprile 1646.
    Per circa quarant'anni non fu oggetto di culto pubblico, ma custodito quasi privatamente in una nicchia a lato destro dell'altare maggiore. Solo nel 1686 viene costruita nel lato sinistro della chiesa una piccola cappella con un altare ove si trasloca la sacra reliquia e viene introdotta la festa liturgica del 6 agosto, giorno della Trasfigurazione del Signore.
    Un evento negativo porta ad un forte incremento del culto al Volto Santo. Il 1700 inizia con un lustro di forti terremoti che scuotono incessantemente l'Umbria, l'Abruzzo e il Sannio. P. Bonifacio da Ascoli dal 1703 espone più volte il Volto Santo alla pubblica venerazione. Si comincia a pensare ad una processione che porti il sacro velo all'interno delle mura, il che ha inizio nel 1712, la seconda domenica di Maggio.
    La processione pone un problema di sicurezza. Per proteggere meglio il sacro velo, P. Bonifacio di Ascoli nel 1703 vuol cambiare i vetri, così pure, nel 1714, P. Antonio da Poschiano, oltre i vetri, vuol impreziosire il tutto con una cornice in argento. In ambedue i casi, separati i vetri, l'immagine di Cristo svanisce, tornando a risplendere solo quando tutto viene riportato allo stato preesistente.
    Nel 1750, per evitare la coincidenza con la festa di S. Giustino, patrono di Chieti, la processione viene posticipata alla terza domenica di Maggio, data che resterà fino ad oggi.
    Il secolo XIX è segnato dalle leggi di soppressione degli ordini religiosi, e i frati dovranno per due volte lasciare il convento. La prima il 6 settembre 1811; nello stesso giorno il Volto Santo viene trasportato presso le clarisse il cui monastero era situato all'interno delle mura. Il convento rimane deserto, il Santuario chiuso fino al 16 maggio 1816 quando i cappuccini fanno ritorno. La domenica successiva, 19 maggio, celebrata la consueta festa, il sacro velo viene trionfalmente riportato nel proprio Santuario. Ma il 27 dicembre 1866 una legge espelle di nuovo i frati dal cenobio; il Volto Santo rimane all'interno del santuario chiuso. I religiosi torneranno il 27 ottobre 1869 per rimanervi fino ad oggi.
    Nel 1871 viene portata a termine la nuova cappella.
    Al 1923 risale il tempietto sopra l'altare maggiore.
    Nel 1946 la comunità di Manoppello dona la nuova teca.
    La chiesa verrà ampliata e prolungata nel secondo dopoguerra dal 1960 al 1965.
    È dell'anno giubilare 2000 la sala confessioni.





     


     

    Alla ricerca di Truby


      Un grande enigma attanaglia le forze del ordine:la scomparsa di Truby, la polizia setaccia tutta la città ma Truby non si trova!!!
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    Una sera a Piazza Garibaldi


       ...Durante una sera fredda e burrascosa alcuni coraggiosissimi ragazzi,con caparbietà e impavido coraggio, impongono  il loro volere ad un barista al quanto svogliato e tordellone: Ci vuoi portare su cazz' di aperitiv'!?!
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