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    Emigrazione,pregiudizio e xenofobia nei confronti degli Italiani



      
    Emigrazione,pregiudizio e xenofobia nei confronti degli Italiani


    Un emigrato italiano a proposito dell'"american dream" disse: arrivai in America pensando che le strade fossero lastricate d'oro, ma imparai subito tre cose: 1) le strade non erano lastricate d'oro; 2) le strade non erano lastricate affatto; 3) io ero quello che doveva lastricarle.

    Solo tra il 1880 e il 1920 oltre quattro milioni di italiani, soprattutto meridionali, emigrarono in America. Inizialmente trovavano ad accoglierli la "Statua della Liberta' che illumina il mondo" (questo e' il suo nome per esteso). Ma in realta', sbarcati a Ellis Island ed entrati negli Stati Uniti, gli italiani erano invece accolti dal forte pregiudizio negativo di una maggioranza bianca (piu' bianca di loro), anglosassone e protestante (dunque di etnia, mentalita' e religione diversa). E spesso non si capivano neanche con altre minoranze cattoliche (irlandesi, polacchi, portoghesi).

    A parte qualche mafioso, gli italiani finivano solitamente a fare i lavori piu' umili e faticosi: spazzini, lavoratori nella costruzione di ferrovie, scaricatori di porto, minatori, braccianti agricoli, calzolai, stagnini, quando andava meglio venditori ambulanti, fruttivendoli. Questo era per la stragrande maggioranza di loro l'"american dream", il sogno americano.
    Gli italiani tutti mafiosi

    Il pregiudizio piu' comune era che gli italiani nascessero di indole violenta, che fossero tutti mafiosi, ma anche eccessivamente sentimentali, superstiziosi, rozzi, ignoranti. Essi vivevano per lo piu' in quartieri sovraffollati e malsani, spesso chiamati Little Italy o little qualcos'altro, in citta' quali New York, New Orleans, Chicago, San Francisco. Una sezione del French Quarter di New Orleans per esempio, dove vivevano gli italiani, si chiamava "Little Palermo", perche' in tanti provenivano da Palermo o dai suoi dintorni.

    Siccome gli italiani provenivano in prevalenza dal meridione, per via del termine usato spesso tra loro nella conversazione - come del resto si usa ancora oggi nell'Italia meridionale - venivano chiamati gumba'. Altri appellativi usati in senso dispregiativo erano: "Guido"; "guinea", "dago", "greaseball", "wop". Guido pare si riferisse allo stereotipo dello spaccone. Guinea si riferiva originariamente a schiavi negri, termine poi esteso nell'uso agli italiani per via della loro carnagione olivastra. Dago perche' tanti italiani lavoravano a giornata (dunque pagati a giornata, as the "day goes", da cui dago). Greaseball (palla di grasso) perche' gli italiani usavano molta brillantina per i capelli. L'origine di wop e' interessante. Ci sono due ipotesi: si discute se derivi da With Out Papers (senza passaporto all'arrivo ad Ellis Island) o, piu' semplicemente, dal "guappo" del dialetto napoletano.

    Gli italiani un po' negri

    Soprattutto i siciliani, di pelle un po' piu' scura, erano considerati "l'anello mancante" ("missing link"), una via di mezzo tra bianchi e negri, per via di carnagione olivastra, occhi e capelli neri, capelli a volte ricci. E cio' avveniva in un periodo in cui la discriminazione razziale era molto forte, soprattutto nel violento sud degli Stati Uniti, dove peraltro casi di linciaggio di negri erano relativamente frequenti. Forse non e' un caso che alcuni italiani furono tra i pionieri della musica jazz, nata a New Orleans. Fu proprio un emigrato italiano di New Orleans, il trombettista Nick La Rocca, ad incidere con la sua Original Dixieland Jazz Band il primo disco di musica jazz (il 26/2/1917: "Livery stable blues" e "Dixie Jass Band one step", inciso per la Victor).

    Nel profondo sud tanti italiani, sbarcati a New Orleans, finivano a lavorare come braccianti agricoli nelle piantagioni di cotone o di canna da zucchero, rimaste a corto di mano d'opera dopo l'abolizione della schiavitu'.

    Nel tempo il pregiudizio verso gli italiani, non del tutto desiderabili, porto' il congresso americano ad approvare nel 1921 una legge che limitava la quota di immigrati dall'Italia a non piu' di 29.000 all'anno. Questa legge rimase in vigore fino al 1965.

    C'e' un'altra storia di pregiudizio, piu' triste perche' riguarda i bambini. All'inizio del '900 i bambini di immigrati italiani a scuola venivano considerati dagli insegnanti inferiori da un punto di vista intellettivo, e venivano successivamente avviati al lavoro manuale piuttosto che al college.

    I diritti civili degli italiani

    Gli italiani non dovettero subire solo il pregiudizio che li vedeva tutti come immigrati poveri, rozzi, di dubbia etnia, predisposti al crimine. Ci fu anche violenza, violazione dei diritti civili, e persino - piu' tardi, durante la seconda guerra mondiale - deportazione per alcuni in campi di prigionia, e confisca dei loro beni.

    Cominciando dalla storia relativamente piu' recente e tornando indietro nel tempo:

    1) Dopo l'inizio della seconda guerra mondiale tanti italiani (come anche giapponesi e tedeschi) che non avevano ancora la residenza negli Stati Uniti vennero classificati come "enemy alien" (stranieri nemici). Per il timore di sabotaggi, alcuni vennero deportati in "campi di internamento" militari e vennero tenuti li' reclusi fino a due anni; tanti altri vennero schedati dall'FBI e furono soggetti a limitazioni delle loro liberta' civili.

    2) Negli anni '20 i due anarchici italiani Sacco e Vanzetti vennero processati e condannati a morte (uccisi entrambi con la sedia elettrica il 23 agosto 1927). E' opinione diffusa che un forte pregiudizio contribui' a farli condannare. Infatti il governatore del Massachussetts, Michael Dukakis, nel 1977 ammise che nel caso di Sacco e Vanzetti "vennero meno gli elevati standards della giustizia del Massachussets".

    3) Tra il 1890 e il 1915 vennero linciati negli Stati Uniti un totale di 48 italiani. Il piu' atroce di questi linciaggi, e anche il piu' grosso linciaggio di massa che la storia americana ricordi, fu quello di un gruppo di 11 italiani, avvenuto a New Orleans nel 1891.

    Il caso Hennessey e il linciaggio degli italiani a New Orleans

    Gli immigrati italiani a New Orleans verso il 1890 erano circa 30.000, il 90% siciliani. David Hennessey, il capo della polizia di New Orleans, venne assassinato in un'imboscata mentre tornava a casa, molto probabilmente da avversari politici, o forse dalla mafia - che allora si chiamava "la mano nera". Il sindaco Shakespeare ordino' alla polizia: "arrestate ogni italiano che incontrate!". Ne vennero arrestati 250, e tanti di loro in carcere vennero presi a botte, al punto che il console italiano protesto' chiedendo che gli italiani arrestati "venissero trattati con la stessa considerazione come quelli di altre nazionalita'". Si diede piu' peso all'ipotesi del delitto mafioso, che non a quella del delitto politico. Cinque degli italiani arrestati vennero accusati dell'uccisione di Hennessey e processati. Nel frattempo il quotidiano locale Times Democrat usci' con una incitazione a formare "commissioni che assistano gli uomini di legge nello scacciare la mafia assassina" e a mandare in giro ronde di vigilantes. Il sindaco Shakespeare in un discorso al City Council disse "dobbiamo dare a questa gente una lezione che non dimenticheranno mai piu'". Il sindaco formo' una commissione di notabili, la "commissione dei cinquanta". Una lettera aperta di questa commissione agli italiani di New Orleans, pubblicata sui giornali, concludeva minacciosamente: "A tutto questo dobbiamo por fine, pacificamente e nel rispetto della legge se possibile, violentemente e sommariamente se necessario". Al processo il pubblico ministero non riusci' a produrre sufficiente evidenza per far condannare il gruppo di italiani. Il giorno dopo, il 14 marzo 1891, migliaia di cittadini di New Orleans gridando "impicchiamo i dagos" assalirono la prigione dove gli italiani erano detenuti e ne uccisero 11: alcuni con armi da fuoco, altri impiccandoli, altri ancora a bastonate.

    In seguito un giornale locale, nel commentare l'episodio, scrisse: "la piccola prigione era affollata di siciliani la cui fronte bassa con linea dei capelli che recede, le cui espressioni rivoltanti e i cui abiti trasandati proclamano la loro natura brutale".

    Il governo italiano reagi' e stava per mandare navi da guerra. Ma il presidente Harrison condanno' il linciaggio, che defini' "un'offesa contro la legge e l'umanita'". Gli Stati Uniti pagarono alle famiglie delle vittime 25.000 dollari di indennita'. Le ostilita' tra i due paesi cessarono, il pregiudizio verso gli immigrati italiani no. L'America comincio' a limitare l'immigrazione di quella che vedeva come "la feccia dell'Europa".

    Come il sindaco di New Orleans Shakespeare considerava gli immigrati italiani

    "...questa parte del paese (sud della Louisiana) e' stata purtroppo scelta da immigrati provenienti dalle peggiori classi d'Europa, italiani del sud e siciliani. New Orleans ha una proporzione insolitamente elevata di immigrati da questi paesi (sic) e noi li troviamo i piu' indolenti, malvagi e indegni individui che sono tra di noi. Una grossa percentuale di loro fugge dalla giustizia, o sono ex-carcerati aiutati ad emigrare dal governo o dalla loro comunita' che cerca cosi' di liberarsene. Essi raramente mettono su casa, si riuniscono in bande, non imparano la nostra lingua, non hanno rispetto ne' per il nostro governo e ne' per l'obbedienza alle sue leggi. Monopolizzano il commercio della frutta, delle ostriche o del pesce e fanno quasi sempre i venditori ambulanti, gli stagnini, o i calzolai (gli ultimi due mestieri li imparano nelle loro prigioni in patria). Sono sudici nelle loro persone e nelle loro case; le nostre epidemie quasi sempre originano dai loro quartieri. Sono privi di coraggio, onore, verita', orgoglio, religione o qualsiasi altra qualita' che definisce il buon cittadino. New Orleans potrebbe anche permetterselo (se una tal cosa fosse legale) di pagare per farli deportare. Con l'eccezione dei polacchi, non conosciamo nessun'altra nazionalita' che e' peggiore come gente."

    "Don't Speak the Enemy's Language!"

    Oggi le cose sono molto cambiate e gli italiani negli Stati Uniti sono addirittura per molti versi ammirati. Oggi l'emigrazione dall'Italia verso gli Stati Uniti e' piuttosto un'emigrazione intellettuale. Prima di conoscere queste storie terribili mi sono spesso chiesto come mai nessuno degli italo-americani di seconda o terza generazione che ho incontrato anche a New Orleans - e ne ho incontrati tanti nel tempo - parla l'italiano.

    Un poster diffuso negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale dice: "Don't Speak the Enemy's Language! Speak American!". Dopo aver appreso questo, e le altre storie riportate, ho capito che conveniva agli italiani imparare presto la nuova lingua e assimilare rapidamente la nuova cultura; conveniva dimenticare l'italiano, non insegnarlo ai figli. Conveniva "americanizzarsi", mimetizzarsi il piu' presto ed il piu' efficacemente possibile per evitare il pregiudizio.



    Alcuni esempi storici [modifica]

    • Nel 1890 a New Orleans furono linciati 11 italiani, tutti siciliani, accusati ingiustamente di aver ucciso il capo della polizia urbana
    • Nell'agosto del 1893 la cittadina francese di Aigues-Mortes fu teatro di un conflitto tra operai francesi e italiani impiegati nelle saline di Peccais, che si trasformò in un vero e proprio eccidio con nove morti e un centinaio di feriti tra i lavoratori italiani. La tensione che ne seguì fece sfiorare la guerra tra i due Paesi 
    • La discriminazione di una donna italiana in un tribunale dell'Alabama, nel 1922 (processo Rollins versus Alabama), considerata non appartenente alla razza bianca.
    • Durante il processo agli anarchici italiani Sacco e Vanzetti, avvenuto a Boston nel 1927, il pregiudizio contro gli immigrati italiani emerse con chiarezza e contribuì, pur non essendo l'elemento decisivo, alla loro condanna a morte.
    • In Australia gli italiani dal 1891 agli anni sessanta del XX secolo venivano schedati al momento dell'immigrazione come Coloured o Semi-White oppure come Olive per via della pelle olivastra.
    • Il sentimento antiitaliano in Svizzera si è manifestato cruentemente nel 1971, con l'uccisione dell'immigrato italiano Alfredo Zardini.
    • Il presidente statunitense Richard Nixon, durante la sua visita in Italia all'inizio degli anni settanta, dichiarò che non soltanto gli italiani si comportavano in un modo diverso dagli altri europei, ma avevano anche un "odore" diverso.
    • La copertina della rivista tedesca Der Spiegel nel 1977, periodo di acme degli anni di piombo, mostrava una foto di un piatto di spaghetti conditi con sopra una pistola, in riferimento alla presenza del terrorismo in Italia. Replicata nel 2006, in occasione dei mondiali di calcio con intento ironico ma egualmente a sfondo razzista.
    • Nel 1990 all'appassionato di golf John A. Segalla, ricco costruttore nello Stato del Connecticut, venne negata l'iscrizione ad un prestigioso ed esclusivo circolo del golf a causa del cognome italiano. Ciononostante, egli rispose costruendo il suo proprio club di golf nel 1993.
    • Nel 2004, Daniel Mongiardo, un medico e politico democratico italoamericano, corse contro il Repubblicano Jim Bunning per il seggio senatoriale del Kentucky. Visto la carnagione scura e l'aspetto fisico di Mongiardo, Bunning dichiarò che "assomigliava ad uno dei figli di Saddam Hussein"e, in seguito, che gli scagnozzi di Mongiardo avevano assalito sua moglie. Non pochi commentatori interpretarono come razziste queste dichiarazioni.
    • In una rivista giapponese[senza fonte] nel 2006 è apparsa una classifica intitolata Itaria-jin no ya-na tokoro besto ten (Le dieci cose peggiori degli italiani), che descrive gli italiani come bugiardi, ritardatari e irrispettosi delle regole. [7]
    • Il 10 ottobre 2007, in Germania il Tribunale di Buckeburg ad un cameriere italiano riconosciuto colpevole di stupro, segregazione e violenza di gruppo verso la sua ragazza, ha ridotto la pena da 8 a 6 anni di carcere anche in considerazione della sua origine sarda. Nella sentenza di condanna, la riduzione di pena è stata così giustificata dal giudice tedesco: "Si deve tenere conto delle particolari impronte culturali ed etniche dell'imputato. È italiano. Il quadro del ruolo dell'uomo e della donna, esistente nella sua patria, non può certo valere come scusante, ma deve essere tenuto in considerazione come attenuante"
    • Nel 2008 in Germania la catena di negozi MediaWorld ha commissionato una serie di spot pubblicitari che hanno per protagonista un italiano vestito come un buzzurro (canottiera con stemma tricolore, occhiali da sole sulla fronte, catena d'oro al collo, baffetti neri e una parlata maccheronica) che si comporta come un truffatore sempre pronto a turlupinare il prossimo compiacendosi dei suoi biechi sotterfugi. La macchietta appare assai simile al personaggio di Alberto Bertorelli, protagonista di una vecchia sit-com della BBC.
    • Nel 2009 un istituto di lingue olandese, per pubblicizzare i propri corsi di lingue, definisce gli italiani "pagliacci di pasta".[






    "MUSI NERI": Minatori ITALIANI, emigrati in Belgio nel dopo Guerra



    A causa di un errore umano, l’8 agosto del 1956, il Belgio venne scosso da una tragedia senza precedenti. Un incendio, scoppiato in uno dei pozzi della miniera di carbone fossile di Bois du Cazier, causò la morte di 262 persone di dodici diverse nazionalità. 136 minatori erano italiani. Rimasero senza via di scampo, soffocati dall'ossido di carbonio e braccati dalle fiamme. Le operazioni di salvataggio furono disperate fino al 23 agosto, quando uno dei soccorritori diede l’annuncio, in italiano: "Tutti cadaveri".
    Il 23 giugno del '46 De Gasperi firmò un accordo con il Ministro belga Van Hacker che prevedeva l'acquisto di carbone ad un prezzo normale di mercato, in cambio dell'impegno italiano di mandare 50 mila uomini per il duro e pericolosissimo lavoro in miniera. Tra il '46 e il '57 in Belgio arrivarono 140 mila italiani.
    Arrivati in Belgio, a Charleroi, per gli italiani fu uno shock rendersi conto di che cosa volesse dire veramente lavorare in miniera. I problemi poi continuavano anche fuori dal lavoro: venivano chiamati "musi neri", "fascisti", "sporchi maccaroni", e spesso la loro realtà fu quella dell'emarginazione.
    Alle 08:30 dell'8 agosto 1956, nel pozzo n. 1 di Marcinelle, lo scoppio di un incendio uccise 262 minatori. 136 erano italiani. Le fiamme vennero domate completamente solo all'alba del giorno seguente.
    Cinque giorni dopo la tragedia, le radio dissero che c'era ancora speranza. Ma quando i soccorritori arrivarono a quota 1.035, dove si riteneva che alcuni minatori potessero essersi rifugiati, trovarono solo i loro cadaveri. Le fiamme e i gas erano arrivati anche lì. Il paese italiano più colpito dalla tragedia fu Manoppello, in abruzzo, con 22 morti.

    CENNI STORICI SU MANOPPELLO


    MANOPPELLO


    CENNI STORICI SU MANOPPELLO

    Avvolta come in una nicchia dalle verdi sfumature delle sue colline e dalle vette innevate della Majella, a 217 metri sul livello del mare, si innalza Manoppello in una posizione geografica particolarmente felice, che favorisce il contatto in breve tempo sia con le zone marine che con quelle della più alta montagna.
    Il "manoppio", piccola quantità di grano capace di esser contenuta tutta in una mano, che campeggia sullo stemma del paese, sembra confermare l'etimologia del nome Manoppello risultante dalla contrazione del termine manus col tema plere per significare "mano piena". Sia il covone di grano che la denominazione del luogo rimandano alla fertilità della terra, che in epoche passate garantiva prosperità e abbondanza di risorse alimentari.
    Numerosi reperti archeologici sono stati rinvenuti nella zona ancora oggi denominata Valle Romana, la quale ci rimanda indiscutibilmente alla presenza dei Romani, mentre i due monasteri di Santa Maria Arabonae di Vallebona attestano il culto della dea Bona.

    L'attuale insediamento urbano, nelle sue caratteristiche architettoniche, porta la chiara impronta delle strutture urbanistiche medievali. A scopo difensivo Manoppello sorse su di una collina e fu abbracciata da una cinta muraria della quale oggi resta solo uno scorcio. Delle quattro porte d'accesso all'antica cittadina, poste in corrispondenza dei punti cardinali, restano, invece, tracce evidenti. Arteria principale dell'agglomerato è il corso che si snoda tra le due estremità del centro storico, da Piazza San Francesco, in cui un tempo sorgeva un convento francescano del quale non restano che preziosi ruderi, a Piazza Castello, così denominata perché vi si ergeva il castello tanto citato dalle fonti e famoso per l'assedio che sostenne nel 1392 contro Ladislao, e nel 1440 contro Braccio di Montone.
    Il corso è arricchito dal pregio architettonico di imponenti palazzi dalle cornici in pietra finemente lavorati, tuttora abitati e un tempo sede dei signorotti del luogo; un tessuto edilizio di minor valore si estende, invece, nella parte ovest del paese - molto più sviluppata della parte est- che pare costituisse il nucleo originario dell'insediamento longobardo, in seguito ampliato e meglio definito nell'assetto odierno.
    Un documento che ci permette di stabilire il periodo della fondazione del paese - che dagli inizi della sua storia fu per più di un secolo alle dipendenze del monastero di Montecassino - è un Diploma dell'imperatore Ludovico Il risalente all'874, anno in cui avvenne la donazione del castello di Manoppello alla badia di San Clemente a Casauria.
    E' attestato, inoltre, che la contea di Manoppello fu fondata nel 1061 e primo conte ne fu un tale Boamondo. In seguito, più volte depredato e saccheggiato dal conte Riccardo e dal figlio Roberto, nel 1140 l'intero territorio della contea fu affidato da re Ruggieri ad un altro conte Boamondo, detto di Tarsia. Nella rassegna dei feudatari d'Abruzzo, tenutasi attorno al 1150, quella di Manoppello risultò essere la contea più grande; il Conte aveva in demanio anche Popoli, ottenuta direttamente dal Re, e la badia di san Clemente a Casauria era in comitatu Manuppelli.
    Nel 1197 la contea di Manoppello venne donata dal sovrano Federico Il ai due fratelli Maniero e Gentile di Palearia (o Pagliara), che alcuni documenti dell'epoca definiscono "conti di Manoppello"; in seguito, nel 1271, furono "signori di Manoppello" Matteo e Fulcone De Plesiaco.
    Nella mostra dei feudatari del 1279 Manoppello risulta appartenere a Tommasa, ultima erede dei Pagliara; dal suo matrimonio col conte Giordano, nacque Maria di Suliaco, che nel 1340 sposando Napoleone Il de flliis Ursi, consegnava in dote le ricche signorie della madre alla famiglia Orsini che tanta parte ebbe nella storia di questa cittadina.
    Antica famiglia quella degli Orsini, nel XIII secolo si divise in tre rami, tra cui quello di Napoleone che ebbe feudi in Abruzzo e fu Conte di Manoppello con l'assenso della regina Giovanna. Successore del Conte Napoleone fu, nel 1369, il figlio Giovanni al quale seguì Napoleone III che non solo ereditò i possedimenti paterni, ma fu anche autorizzato a battere moneta nel 1383.
    Oltre che agli Orsini e alla famiglia Colonna, la contea di Manoppello, se pur per brevissimi periodi, fu appannaggio anche dei Savoia, i quali la ricevettero in dono da Re Luigi Il D'Angiò per ben due volte, la prima nel 1360 circa, la seconda nel 1390. Ma già nel 1391, con il consenso del re Ladislao, ritroviamo i possedimenti della contea in mano agli Orsini i quali, da quella data, più volte dovettero impegnarsi a riconquistarli per perderli definitivamente nel 1495 quando, in occasione della ritirata di Carlo VIII, disceso alla conquista del Regno di Napoli, la nostra cittadina, strappata a Camillo Pardo Orsini fu ceduta da re Ferdinando prima a Bartolomeo D'Alviano e in seguito, nel 1515, a Fabrizio Colonna.
    Nonostante le rivendicazioni degli Orsini, dopo la ritirata francese, Manoppello restò per lungo tempo nelle mani della famiglia Colonna, mentre l'ultimo Orsini, Camillo Pardo, nel 1533 si spense a Roma.
    Nel frattempo un fatto nuovo, imprevisto: un pellegrino consegna a Donat'Antonio Leonelli un velo. A questo velo sarà per sempre legato il nome di questo paese: VOLTO SANTO DI MANOPPELLO.

    Nel 1638 i cappuccini vengono in possesso di questa reliquia.
    P. Donato da Bomba, nel 1640, scrive una "Relazione Istorica", conservata nell'archivio provinciale di cappuccini de L'Aquila. In essa viene narrato come il Volto Santo sia giunto a Manoppello portato da un misterioso pellegrino, restato in casa Leonelli fino al 1608, preso con forza da Pancrazio Petrucci, venduto a Giacom’Antonio De Fabritiis e da questi donata ai cappuccini. (il testo completo della “Relatione Historica è consultabile nel sito).
    Il convento dei cappuccini viene fondato, dal 1618 al 1620, proprio negli anni in cui Giacom'Antonio De Fabritiis faceva porre il sacro velo tra i due vetri. La chiesa viene dedicata a S. Michele Arcangelo. In questa chiesa viene esposto alla venerazione del popolo il Volto Santo il 6 Aprile 1646.
    Per circa quarant'anni non fu oggetto di culto pubblico, ma custodito quasi privatamente in una nicchia a lato destro dell'altare maggiore. Solo nel 1686 viene costruita nel lato sinistro della chiesa una piccola cappella con un altare ove si trasloca la sacra reliquia e viene introdotta la festa liturgica del 6 agosto, giorno della Trasfigurazione del Signore.
    Un evento negativo porta ad un forte incremento del culto al Volto Santo. Il 1700 inizia con un lustro di forti terremoti che scuotono incessantemente l'Umbria, l'Abruzzo e il Sannio. P. Bonifacio da Ascoli dal 1703 espone più volte il Volto Santo alla pubblica venerazione. Si comincia a pensare ad una processione che porti il sacro velo all'interno delle mura, il che ha inizio nel 1712, la seconda domenica di Maggio.
    La processione pone un problema di sicurezza. Per proteggere meglio il sacro velo, P. Bonifacio di Ascoli nel 1703 vuol cambiare i vetri, così pure, nel 1714, P. Antonio da Poschiano, oltre i vetri, vuol impreziosire il tutto con una cornice in argento. In ambedue i casi, separati i vetri, l'immagine di Cristo svanisce, tornando a risplendere solo quando tutto viene riportato allo stato preesistente.
    Nel 1750, per evitare la coincidenza con la festa di S. Giustino, patrono di Chieti, la processione viene posticipata alla terza domenica di Maggio, data che resterà fino ad oggi.
    Il secolo XIX è segnato dalle leggi di soppressione degli ordini religiosi, e i frati dovranno per due volte lasciare il convento. La prima il 6 settembre 1811; nello stesso giorno il Volto Santo viene trasportato presso le clarisse il cui monastero era situato all'interno delle mura. Il convento rimane deserto, il Santuario chiuso fino al 16 maggio 1816 quando i cappuccini fanno ritorno. La domenica successiva, 19 maggio, celebrata la consueta festa, il sacro velo viene trionfalmente riportato nel proprio Santuario. Ma il 27 dicembre 1866 una legge espelle di nuovo i frati dal cenobio; il Volto Santo rimane all'interno del santuario chiuso. I religiosi torneranno il 27 ottobre 1869 per rimanervi fino ad oggi.
    Nel 1871 viene portata a termine la nuova cappella.
    Al 1923 risale il tempietto sopra l'altare maggiore.
    Nel 1946 la comunità di Manoppello dona la nuova teca.
    La chiesa verrà ampliata e prolungata nel secondo dopoguerra dal 1960 al 1965.
    È dell'anno giubilare 2000 la sala confessioni.





     


     

    Alla ricerca di Truby


      Un grande enigma attanaglia le forze del ordine:la scomparsa di Truby, la polizia setaccia tutta la città ma Truby non si trova!!!
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    Una sera a Piazza Garibaldi


       ...Durante una sera fredda e burrascosa alcuni coraggiosissimi ragazzi,con caparbietà e impavido coraggio, impongono  il loro volere ad un barista al quanto svogliato e tordellone: Ci vuoi portare su cazz' di aperitiv'!?!
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    UN U.F.O. NEI CIELI DI MANOPPELLO

    MANOPPELLO/ 29-04-2009
    AVVISTATO UN UFO NEI CIELI DI MANOPPELLO
    MANOPPELLO- PESCARA-''ASSOMIGLIAVA A GOLDRAKE, volava basso a forte velocità'' ..così comincia il racconto del testimone, che la sera del 29 marzo (domenica) intorno alle ore18.30, ha assistito al passaggio di un corpo luminoso non identificato (U.F.O.).

    La preziosa testimonianza è stata raccolta dal Centro Italiano Studi Ufologici, sezione di CUPA e provincia, in sigla Cisu; Questo caso è molto interessante, ci spiega Cesarone Alfonzo del Cisu Cupese, perch... Visualizza altroè ha in se alcune caratteristiche importanti per giudicarne la non identificabilità : '' prima di tutto il testimone è una persona affidabile e competente in materia di mezzi aeronautici..'' ci confema l'ufologo del Cisu, e prosegue '' ci sono poi le caratteristiche dell'U.F.O. osservato, un oggetto di forma trapezoidale che sfreccia a bassa quota illuminando a giorno il terreno sottostante e in completa assenza di rumori, compiendo improvvisamente una virata a 90° gradi, scomparendo a forte velocità..''
    Difficile quindi al momento dare una spiegazione convenzionale, ma l'indagine è solo all'inizio, e sarebbe sbagliato ed incauto, tirare ora le conclusioni, '' quello che è importante adesso, dice Alfonso, è trovare altri testimoni che possano convalidare il fatto.

    Deticato a tutti coloro che soffrono

     

    Pensiero sulla guerra

     La guerra genera dolore e vittime civili, sempre. Non esistono bombe intelligenti, perché l’intelligenza di chi costruisce, vende e ordina di lanciare le bombe è offuscata da affari miliardari e da intenzioni crudeli mascherate da nobili parole come libertà e democrazia

    Sand Creek

       
     

    Cochise


    Cochise, figlio di un capo Chiricahua di nome Nachi, verso la fine degli anni trenta del secolo scorso prese il posto di suo padre come capo della sua tribù. Come per molti altri grandi personaggi, le sue doti fuori dall'ordinario si misero presto in luce. La continua guerriglia con i messicani fornì al giovane Cochise sufficienti opportunità per formare le sue qualità di combattente e di grande stratega. Per natura era generoso, aperto e coraggioso, ma non poteva assolutamente perdonare i cacciatori messicani di scalpi e il fatto che con loro fu molto crudele, è stato ingiustamente considerato un lato oscuro del suo carattere. Non si considera però che i cacciatori di scalpi se la prendevano di preferenza con bambini e donne, perché era più facile guadagnare le taglie, e quindi si può comprendere la crudeltà degli Apache. Anche dopo la firma dell'unico trattato concluso tra gli Stati Uniti e gli Apache, il trattato del 1° luglio 1852, i Chiricahua ebbero pochissimicontatti con gli Americani. Negli accordi erano stati garantiti i loro confini e sembrava che si fossero poste le basi di un futuro pacifico. Nel 1858 fu creato il primo servizio postale per San Francisco, il famoso percorso della Butterfield Overland Mail, che attraversava la terra dei Chiricahua dall'altrettanto famoso Passo Apache. In una riunione sul Passo Apache, Cochise si dichiarò pronto a garantire la sicurezza del percorso e i suoi guerrieri aiutarono anche nella costruzione delle stazioni di posta e cacciarono la marmaglia bianca che si aggirava nei dintorni. Questo buon rapporto di Cochise con gli americani era dovuto al fatto che non aveva subito aderito all'invito di suo suocero, Mangas Coloradas, di combattere gli invasori. Del resto non sarebbe certamente entrato in guerra se l'atto folle di uno stolto avesse distrutto la reciproca fiducia: un colono, che viveva con una messicana e il figlio per metà indiano e che era stato più volte avvertito di guardarsi dagli apache, fu attaccato dagli stessi apache, gli fu rapito il bambino e fu derubato del bestiame. Quando il colono informò Fort Buchanan dell'accaduto, il luogotenente Bascom fu incaricato di indagare sul caso. Bascom, che era da poco uscito da West Point e ardeva dal desiderio di farsi un nome, andò al Passo Apache con sessanta soldati per vendicarsi di Cochise. Il capo arrivò con dei parenti, armati solo di coltelli, perché una bandiera bianca sulla tenda dei soldati non lasciava sospettare nulla di male. Quando il capo assicurò di non essere al corrente dell'incidente, Bascom urlò che stava mentendo e diede il segnale prestabilito. I suoi si gettarono sugli apache per farli prigionieri. Ma Cochise fece un balzo felino e tagliò la tenda con un coltello e fuggì, nonostante Bascom avesse ordinato di sparargli. I parenti di Cochise rimasero però nelle mani dell'incapace luogotenente. Senza por tempo in mezzo, Cochise raccolse i suoi soldati e aggredì i soldati che furono obbligati a ritirarsi nell'edificio della stazione della posta. Durante la notte uno degli uomini di Bascom riuscì a fuggire inosservato per chiedere aiuto. Fu così che da Fort Buchenam giunse un gruppo di quindici uomini al comando del capitano Irwin che, nei pressi del passo, trovò i resti carbonizzati di una carovana che Cochise aveva attaccato. Bascom rifiutò l'offerta di Cochise di scambiare i prigionieri e di conseguenza l'infuriato capo fece giustiziare i suoi sei ostaggi. Irwin, intanto, era riuscito a raggiungere Bascom e i due, di comune accordo, ordinarono di impiccare per vendetta i sei apache prigionieri e come monito fecero esporre i corpi appesi degli impiccati. Fu per questo che Cochise si alleò con Mangas Coloradas e da quel momento gli Apache divennero l'incubo dell'Arizona e del New Mexico. Dopo l'assassinio di Mangas Coloradas, il generale Carleton ottenne parecchi successi perché gli Apache erano rimasti turbati e confusi dalla perdita del loro capo più famoso. Una parte di Mescalero si arrese e subito fu condotta a Bosque Redondo, sul Rio Pecos, una specie di campo di concentramento per indiani. Ma la guerriglia proseguì con la stessa intensità. Cochise aveva radunato trecento guerrieri intorno a sé e tenne con il fiato sospeso tutto il Sud-Ovest, nonostante Carleton facesse di tutto per portare a termine l'ordine ricevuto di annientarli. Arruolò come Scouts guerrieri Marikopa, Papago e Pima oltre ad altri nemici storici degli Apache, si assicurò inoltre l'aiuto delle autorità messicane e mobilitò anche la popolazione civile contro gli Apache. Tuttavia nonostante questa gigantesca caccia all'uomo non riuscì a "pacificare" il paese. Lo spirito battagliero di Cochise era rimasto intatto, tanto che con alcune centinaia di guerrieri teneva testa a forze preponderanti. Parecchie migliaia di soldati e sei generali erano in campo contro di lui! E migliaia di bianchi trovarono la morte fino al 1871 e il paese ne uscì devastato. Il governo, riscontrando che la strategia fino a qui tenuta non aveva dato risultati, congedò Carleton. Nel 1865 gli Americani tentarono di avviare nuove trattative, ma Cochise non ci pensava neppure perché i ripetuti inganni degli ufficiali americani lo avevano amareggiato al punto che, nella primavera del 1871, respinse l'invito di Ely Parker, il Commissario irochese per gli affari indiani, di andare a Washington, sostenendo che gli americani non erano affidabili. C'era però un bianco a cui Cochise accordava fiducia: Tom Jeffords, il gestore della stazione di posta di Tucson, che, dopo aver perso sedici carri, si era recato da Cochise per chiedergli di porre fine alle aggressioni. Cochise apprezzò questo coraggio e promise che da quel momento la gente di Jeffords non sarebbe più stata disturbata. Dopo questo primo incontro nacque una profonda amicizia, tanto che in seguito avrebbe avuto un ruolo importante nelle trattative per la pace. Lo spaventoso massacro messo in atto dagli abitanti di Tucson, il 30 aprile 1871 nei pressi di Camp Grani, a spese dei pacifici Aravaipa, del capo Eskiminzin, fece rimanere Cochise, per il momento, sulle sue posizioni. Il totale disprezzo di qualsiasi senso di giustizia evidenziato dai fatti successivi al massacro e l'impunità degli assassini, rafforzò nelle autorità governative la convinzione che fosse necessario fare ogni sforzo per trattare con gli Apache e specialmente con Cochise. Decisiva fu la sconsolante notizia della rovinosa sconfitta del Flying Squadron del luogotenente Cushing - ritenuto invincibile e con un gran numero di apache sulla coscienza - che, alla fine, era caduto in un agguato di Cochise. Nel giugno 1871, il generale Crook prese il comando dell'Arizona e subito fece partire cinque reparti di cavalleria con il compito di riportare Cochise, vivo o morto. Il capo tornò nel New Mexico, ma fece pervenire al generale Granger, a Santa Fé, il messaggio di essere disposto a incontrarlo nell'agenzia di Alamosa, in Canada. Il generale Granger, durante l'incontro ripeté che i Chiricahua avrebbero dovuto andare in riserve a loro destinate e impegnarsi a non lasciarle più. Cochise rispose:

    Le mie parole sono sincere, non voglio imbrogliarti, ma non voglio neanche essere imbrogliato. Ciò che voglio è una solida e duratura pace. Quando Dio creò la terra, ne diede una parte ai bianchi e un'altra agli Apache.., Perché si sono scontrati? Mentre parlo, sole, luna, terra, acqua, uccelli, animali e persino bambini non ancora nati dovrebbero rallegrarsi, I bianchi mi hanno cercato a lungo, ora sono qui. Che cosa vogliono?... Perché danno tanto valore alla mia persona? Non sono più il capo di tutti gli Apache, non sono ricco, sono solo un povero uomo. Il mondo non è stato sempre così. Dio non ci ha creati uguali a voi. Siamo nati come gli animali tra l'erba secca, non in un letto come voi. Per questo di notte ci muoviamo come animali rapiniamo e rubiamo. Se avessimo ciò che voi possedete, non avremmo bisogno di comportarci così. Non ho alcun potere sugli indiani che rubano e uccidono, altrimenti lo impedirei... Dio mi ha ordinato di venire qui. Mi ha detto che sarebbe bene vivere in pace, per questo sono venuto, Quando girava il mondo tra nuvole e aria, Dio è entrato nei miei pensieri e mi ha ordinato di fare pace con tutti, dicendo che il mondo era stato creato per tutti. Quando ero giovane e percorrevo questo paese vedevo solo apache e nessun'altra persona. Molti anni dopo viaggiai di nuovo in questo paese e vidi che altre persone erano venute, per prenderne possesso. Perché?

    Granger comunicò a Cochise i piani del governo di trasferire l'agenzia di Alamosa, in Canada, a Fort Tularosa, ma il capo rifiutò categoricamente perché quella regione non era adatta alla sua gente. Granger cedette e Cochise promise che si sarebbe comportato in modo pacifico. Un testimone oculare del colloquio esprime così l'impressione che gli fece il capo Chiricahua:

    Mentre parlava, ci fu offerta l'occasione di osservare quest'uomo straordinario... Era alto 1 metro e 85, snello, e nel suo solido corpo si vedeva ogni singolo muscolo. Tra i suoi capelli neri e lucidi, tagliati circa all'altezza del mento, si vedevano ciocche d'argento. Il suo aspetto dava l'idea di una forza inconsueta.

    Quando il governo, qualche tempo dopo, si intestardì sul trasferimento degli agenti, Cochise e i suoi Chiricahua tornarono in montagna. Con la mediazione di Tom Jeffords si svolse un incontro tra Cochise e il generale Oliver O. Howard, che si trattenne nel campo apache per undici giorni e ricavò un'ottima impressione di Cochise e, nell'insieme, degli Apache. Riconobbe che gli Apache avevano subito gravi torti e si preoccupò di arrivare a una pace onorevole. Howard arrivò a rinunciare alla sua proposta, negoziata fino a quel momento, che prevedeva che i Chiricahua avrebbero dovuto essere trasferiti in una riserva sul Rio Grande, promettendo invece a Cochise una riserva nelle Chiricahua Mountains. Il generale era anche consapevole dell'importanza di avere un buon e, soprattutto, onesto Agente per gli Indiani e propose la carica a Tom Jeffords che, dopo alcune esitazioni, accettò. All'inizio riuscì a svolgere il suo incarico piuttosto bene, nonostante le numerose difficoltà provocate principalmente da un potente gruppo di uomini d'affari di Tucson, che non vedeva di buon occhio una pace con gli Apache. Del resto lo stesso governo di Washington fece la sua parte per far fallire il progetto iniziato con la migliore volontà di entrambe le parti. Non si preoccupò delle promesse fatte del generale Howard a nome del presidente Grant, non costruì ne negozi, ne scuole, mandò vettovaglie inutilizzabili o addirittura non le mandò e propose per giunta ai Chiricahua di diventare agricoltori, senza tener conto che il terreno non era adatto e mancavano gli attrezzi per lavorare la terra. Per risparmiare, alla fine, il governo decise di sciogliere la riserva di Chiricahua e di trasferire gli Apache che vi vivevano nella riserva di San Carlos. Cochise non reagì a questa notizia funesta con l'asprezza che ci si sarebbe aspettati. All'inizio del 1874 si ammalò gravemente e capì che non aveva più molto da vivere. Chiese ai suoi vicecapi, tra cui vi erano i suoi figli Taza e Naiche, che nessuna forza avrebbe dovuto spingerli a lasciare la loro patria. Protestò anche Tom Jeffords, ma senza successo. Poco dopo, Cochise fu assalito da forti dolori, anche se nessuno fu in grado di stabilire di che cosa soffrisse, neppure il medico dell'esercito che Jeffords aveva portato da Fort Bowie. Cochise morì prima che Jeffords avesse potuto portare ancora il medico, per aiutarlo. Non si sa ancor oggi dove Cochise venne sepolto, perché Jeffords protesse questo segreto fino alla sua morte. In ricordo del grande capo Chiracahua gli fu dedicato il Cochise Memorial Park nelle Dragon Mountains, dove si trova una targa alla memoria con questa incisione:

    Nel 1874 Cochise morì qui nel suo rifugio in montagna che amava più di ogni altra cosa. Fu il più grande guerriero apache e i suoi lo seppellirono in segreto, tanto che il luogo della sua tomba è rimasto sconosciuto.

    Quando Jeffords voleva lasciare l'incarico, addolorato per la morte dell'amico, furibondo perché gli Americani non avevano mantenuto la parola, i figli di Cochise lo pregarono di rimanere. Anche in seguito Jeffords fu un amico fedele dei Chiricahua e appoggiò con tutte le sue forze Taza, che il padre aveva scelto come suo successore, tuttavia non riuscì a far breccia sull'influenza che la potente "cricca" degli uomini d'affari di Tucson esercitava sulle autorità. Alcune centinaia di Chiricahua dovettero perciò mettersi in viaggio verso la riserva di San Carlos, paludosa e infestata dalla malaria. Le condizioni di vita nella riserva erano indescrivibili e gli Apache si incupirono, alcuni cercarono una fuga nell'alcool, perdendo sempre di più la capacità di reagire. Il primo a porre fine a questo insostenibile stato di cose e a lasciare con i suoi guerrieri quella valle di disperazione, fu il capo Mescalero Victorio, mettendo in atto una vera e propria evasione.

    Canti Indiani d'America

     

     

    AGONIA DEL GUERRIERO


    Sotto un cielo svuotato,
    solo,
    Disteso nella prateria,
    io,
    fulcro di gloria insanguinato,
    sdegno i lamenti
    ma lancio nell'aria,
    il richiamo possente del Dio
    "Baim wa"
    (algonkin Chippewa)


    Canto del Dio della Piccola Guerra

    (Navajo)


     Sono andato alla fine della terra,sono andato alla fine dell’acqua,sono andato alla fine del cielo,

    sono andato alla fine delle montagne,

    non ho trovato nessuno che non fosse mio amico. 


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    Canto tradizionale delle stelle, Passamaquoddy

     

    Noi siamo le stelle che cantano.

    Noi cantiamo con la nostra luce.

    Noi siamo gli uccelli di fuoco.

    Non voliamo in cielo.

    La nostra luce è una voce.

    Noi abbiamo fatto costruire una strada

    affinchè lo spirito la usi.

    Canto, Navajo

     

    Quando attraverso il Deep Canyon

    senza nulla al posto della pancia

    nulla al posto del cuore

    cerco il mio amico Arcobaleno

    cammino dolcemente come un dolce cerbiatto

    sulla strada colorata di pioggia dell’arcobaleno

     

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    IL GENOCIDIO di una razza

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    IL GENOCIDIO. Dalle invasioni europee (XVI secolo), la storia degli indiani d'America divenne la storia della loro progressiva distruzione culturale e fisica. La violenza delle armi, la devastazione del sistema produttivo, l'introduzione della servitù e della schiavitù, la diffusione di nuove malattie, tutto concorse a che nella seconda metà del XVI secolo gli aborigeni dei Caraibi fossero praticamente scomparsi e che nelle zone più popolose del continente vi fosse una riduzione della popolazione da 20 a 1. Questa immensa perdita di vite fu accompagnata dalla distruzione culturale: si proibirono le religioni native, si distrussero monumenti e città, si annientò la storia passata. A partire dal 1650 nelle regioni andine e mesoamericane si profilò un lento recupero demografico. L'impegno iniziale, da parte dei colonizzatori britannici al nord, di proteggere le terre indiane (risale al 1763 la dichiarazione di re Giorgio III di Gran Bretagna, secondo cui tutte le terre a ovest delle fonti dei fiumi che, da ovest e nordovest, si gettano in mare erano riservate agli indiani) venne meno non appena le massicce immigrazioni dall'Europa resero necessari territori sempre più vasti per gli insediamenti dei bianchi. Tra i contraddittori tentativi fatti dal governo statunitense per tutelare parzialmente gli indiani, rientrò la creazione del Bureau of Indian Affairs, del 1789. A partire dal 1830, con l'' Indian Removal Act iniziò la campagna di sistematica riduzione di spazio destinato alle culture native, accelerata dalla scoperta dell'oro in California. Tutto questo, negli anni che vanno dal 1850 al 1880, scatenò alcune tra le più sanguinose guerre indiane, conclusesi nel 1890 con il massacro di Wounded Knee, che segnò la capitolazione definitiva degli indiani. L'atteggiamento governativo nei confronti degli indigeni, cambiato più volte nel corso della storia statunitense, andò dalla politica di garantismo, mai concretamente realizzata, a una politica di intervento pesante degli apparati federali nella gestione dei territori indiani. Con il General Allottment Act (1871) venne privatizzato lo spazio riservato alle tribù, compiendo così una doppia operazione di sradicamento culturale e sottrazione territoriale (gli indiani persero il 62 per cento delle terre). Nel 1934, l'Indian Reorganization Act si proponeva di fare parzialmente ammenda alle precedenti ingiustizie, ma il periodo più significativo in questo senso fu quello degli anni 1950-1970, durante il quale il dipartimento federale degli Interni promosse una politica di decentramento e autogoverno nelle riserve (1954), attuata con il sostegno di enti governativi autonomi quali l'' Indian Service. Nel 1950 la popolazione indigena totale degli Stati uniti era calcolata in 455.500 unità, rimasta poi sostanzialmente stabile. Negli anni ottanta si calcolava che in territorio americano, senza contare la vasta umanità meticcia, vi fossero 40 milioni di indios con i poli più consistenti in Bolivia, Perù, Ecuador, Guatemala e Messico. Fenomeno recente e in crescita è l'organizzazione indigena, che rivendica il diritto a lingua, religione, costumi e territorio propri.


    J.L. Del Roio, M.C. Iuli

    La voce Indiana



     LA VOCE INDIANA


    Io sono la Voce Indiana.
    Voglio che mi sentano in tutti i nostri territori.

    Tatanka Iyotake o Tatanka Yotanka,Toro Seduto, Sioux
    da: "Il Grande Spirito parla al nostro cuore" Ed. Red    

    Guardate, fratelli miei, la primavera è arrivata;
    la terra ha ricevuto l'abbraccio del sole
    e noi vedremo presto i risultati di questo amore!
    Ogni seme si è svegliato.
    E così anche tutta la vita animale.
    E grazie a questo potere che noi esistiamo.
    Noi perciò dobbiamo concedere ai nostri vicini,

    anche ai nostri vicini animali,
    il nostro stesso diritto di abitare questa terra

    - Navaho
    da: "Leggende degli Indiani d'America" Ed. Demetra

     

    Nella casa della lunga vita io cammino
    nella casa della felicità io cammino
    la bellezza è davanti a me io cammino con lei
    la bellezza è sotto di me io cammino con lei
    la bellezza è sopra di me io cammino con lei
    la bellezza è tutt'intorno a me io cammino con lei
    nel viaggio della vecchiaia io cammino con lei
    e sulla pista meravigliosa io cammino con lei

    Poesie Indiane

     

    Non Ti Auguro un Dono Qualsiasi

    Non ti auguro un dono qualsiasi,
    Ti auguro soltanto quello che i più non hanno.
    Ti auguro tempo, per divertirti e per ridere;
    se lo impiegherai bene, potrai ricavarne qualcosa.
    Ti auguro tempo, per il tuo Fare e il tuo Pensare,
    non solo per te stesso, ma anche per donarlo agli altri.
    Ti auguro tempo, non per affrettarti e correre,
    ma tempo per essere contento.
    Ti auguro tempo, non soltanto per trascorrerlo,
    ti auguro tempo perchè te ne resti:
    tempo per stupirti e tempo per fidarti
    e non soltanto per guardarlo sull'orologio.
    Ti auguro tempo per toccare le stelle
    e tempo per crescere, per maturare.
    Ti auguro tempo, per sperare nuovamente e per amare.
    Non ha più senso rimandare.
    Ti auguro tempo per trovare te stesso,
    per vivere ogni tuo giorno, ogni tua ora come un dono.
    Ti auguro tempo anche per perdonare.
    Ti auguro di avere tempo,
    tempo per la vita.


    LA VOCE INDIANA

    Io sono la Voce Indiana.
    Voglio che mi sentano in tutti i nostri territori.
    Da duecento anni sono prigioniero di guerra
    nella mia terra.

    Sono prigioniero dell’odio e dell’avidità,
    della menzogna e del pregiudizio,
    dell’indifferenza e dell’ignoranza,
    dell’ingiustizia
    degli uomini che schiacciarono
    con la forza del loro numero me e il mio Popolo,
    da quando scesero sulle mie spiagge
    e invasero la mia terra nativa.

    Imposero a me
    la loro società, la loro religione, le loro leggi,
    ed è per questo che la mia gente
    ora è ridotta a meno di quanto era,
    quando con false promesse vennero
    per la prima volta sulle nostre spiagge.

    Io sono la Voce Indiana collettiva
    e grido forte dalle milioni di tombe
    di spiriti senza pace
    e milioni sono le grida che si alzano
    e chiedono:
    Dov’è il mio futuro?
    A chi appartiene?
    Appartiene al mio Popolo?
    Ci sarà felicità sulla terra
    Che per diritto è mia?
     



    IL VECCHIO - Sandoval, Hastin Tlo'tsi hee, Navajo

    da: "Il Grande Spirito parla al nostro cuore" Ed. Red
    Voi mi guardate e voi non vedete in me che un brutto vecchio, ma interiormente, io sono colmo di una grande bellezza.
    Sono seduto in cima a una montagna e guardo al futuro.
    Vedo il mio popolo e il vostro popolo che vivono insieme.
    In avvenire il mio popolo dimenticherà il modo di vivere dei suoi antenati, a meno che non l'apprenda dai libri dell'uomo bianco.
    Quindi voi dovete scrivere ciò che vi dico e farne un libro affinché le generazioni a venire possano conoscere questa verità.



    Amico, guardami!

    Sono qui a supplicarti per la tua veste.

    Sono qui per te:

    per il tuo legno, i tuoi rami,

    la tua corteccia, le tue radici.

    Sono qui perché tu abbia pietà di noi.

    Tu ci dai generosamente la tua veste

    e io sono qui a implorarti per questo,

    tu che dai lunga vita.

    Per te io farò un cesto

    con le tue radici.

    Ti imploro, amico:

    non provare collera

    per quello che farò.

    E dillo ai tuoi fratelli

    perché sono qui.

    Amico, proteggimi!

    Amico, allontana la malattia da me

    e la morte in guerra.

    Preghiera Kwakiutl























    i 4 di Manoppello


    Citazione

    i 4 di Manoppello

    I 4 di Manoppello                 

    Per voler del bar

    (Ago,Gabry,Sirio e Sturlix)

    IN UN GIORNO QUALUNQUE

          Durante la solita bevuta di birra quotidiana e i soliti discorsi da bar, a Gabry venne un idea eccezionale. FINE ANNO AD AMSTERDAM,tutti daccordo. Il giorno dopo(super attivi) già eravamo in possesso del biglietto daereo. Non ci resta che aspettare ,il 29-12-1995. Partenza alle14:00 da Pescara, scalo a Milano e arrivo ad Amsterdam alle ore 19.00solo volo senza prenotazione albergo

    praticamente a zonzo .

    La mattina del 28 Dicembre inizia lavventura dei 4 di Manoppello,il tempo non ci rassicurava , nuvolacce nere , freddo cane , leggera pioggerellina e per chiudere Gabry esclamò: vo vedè ca ogg nengue!!

     

    E COSI FU!!!

     

    Una nevicata storica , non nevicava cosi da diversi anni , tutti i mezzi trasporto pubblici bloccati, aeroporto di Pescara bloccato,tutti i voli per Milano furono sospesi,solo il treno viaggiava.

    Decidemmo di partire col treno da Pescara per Milano: Il problema è  arrivarci visto che tutto è fermo , esclamò Sturlix, dovevamo arrivare a Pescara per le 20.30 la partenza era alle 20:45.

    Mentre decidevamo cosa era meglio fare, un angelocon un fuoristrada apparve all improvviso,il papa di Sirio, Santino. Ci affidammo a lui per la sua saggezza ed essenzialità.

    Il Saggio ci organizzò un pomeriggio che ci sentivamo già in vacanza, meranda-cena casa di Sirio a base di cif e ciaf(carne di maiale appena ucciso) e del buon vino di produzione propria.

    Rifocillati a  dovere e con molte calorie per sopportare il freddo del viaggio notturno. Langelo ci accompagnò alla stazione di Pescara ci salutò con la frase : mi raccomand facetle strunzat se!!!

    Notte di viaggio! Notte di freddo! Notte di stronzate!!

    Avevamo cibo e vino in abbondanza non si sa mai:

    MEJIAD NA DSGRAZIA!!

     

    Il treno portava diversi minuti  di ritardo per il tempo impervio in tutta la penisola,ma a noi

    n ce ne potev frega di meno , oramai eravamo in vacanza e più nessuno ci poteva fermare.

    Arrivammo a Milano alle 06:00, eravamo pochissimi allaeroporto e dovevamo aspettare le

    17:00 per la partenza dell aereo, quindi quasi 12 ore di attesa, di nuovo stronzate e risate.

    Finalmente si parte!!!!!

    Pista ghiacciata,spruzzavano antigelo sulle ali

    dellaereo, facce dei passeggeri piene di preoccupazioni, solo noi  calmi e spiritosi raccontando il film I Sopravvissuti, grazie al nettare degli Dei.

    Si decolla, sentii tutta la potenza dei motori dellaereo e lesclamazione di Gabry oj mamm”!!!

    Sirio che scherzava con Sturlix, io e Gabry a sorseggiare un vino bianco schifoso, marca Alitalia,

    ci accorgemmo del volo solo quando lo Stewart annunciò che stavamo atterrando.

    Finalmente ad Amsterdam!!!

    Senza pensarci due volte prendemmo un taxi per il centro, nel frattempo cominciò a nevicare. Arrivammo a Piazza Dam, subito alla ricerca di un albergo, di un ostello,di un hotel insomma di un rifugio. Dopo diversi tentati trovammo un albergo in centro, le finestre davano su piazza Dam,

    brutto ma confortevole. Alloggiati, senza neanche lavarci subito fuori, shopping al Grassophers. Tornammo in albergo doccia e assaggio del prodotto acquistato ( più  di un assaggio)

    MO QUESS A PRESS LA DEMA PURTA?

    esclamò Gabry,VA TRANQUILLO  BOGOF!

    rispose Sirio.

    Tra i vari assaggi si fecero le 22.00 ,allora decidemmo di andare a mangiare un a pizza(fame chimica)e una visitina al quartiere rosso, così giusto per un po’ dicultura”.Comincia a fare freddo,vento gelido dal mare,la stanchezza si cominciava a far sentire, ci rifugiammo al Bulldog per altri assaggi.

    Tutti in silenzio, la musica ci penetrava nellanima

    prepotentemente, lodore forte ed inebriante del ganja e il guazzabuglio di lingue,ci facevano sentire

    bene, la stanchezza era scomparsa e il buon umore,le risate,la gioia nei nostri occhi, i discorsi di un mondo cosi………………!!

    A PENSA CHE DA NU  NSI Po’ FA!

    IL freddo cominciava a farsi sentire,la città era quasi vuota, le luci e gli addobbi natalizi rendevano la città esageratamente bella.

    Etardi, e ora di andare a nanna!

    BUONA NOTTE AMSTERDAM!!

    I mattino seguente 30-12-1995,venimmo svegliati da un raggio di sole luminosissimo,colazione ed assaggio di prodotti acquistati la sera prima, io e Gabry decidemmo di uscire subito,invece Sturlix e Sirio rimasero a dormire.Allapertura del portone del albergo venimmo colpiti da un vento gelido da tagliarci la faccia, tornammo subito in albergo. Ragazzi fa nu fred da muri!

    La giornata la passammo in giro per la città nonostante il freddo intenso,ogni tanto anzi spesso  una pausa ai caldi ed accoglienti coffee shop.Il termometro di un bar posto allesterno segnava 12gradi sotto lo zero alle 15:00. Decidemmo di andare a pranzo ad un ristorante Arabo. Uscimmo dal ristorante un giro alla via dei fiori, niente da fare il freddo era insopportabile tornammo in albergo a riposare per star in forma per la serata. Il riposo consisteva di rilassarsi un po’ con il THC e delle buone birre Olandesi, scherzando e ridendo, parlando del nostro futuro, inebriati e con sensi super sviluppati vedevano tutto positivo senza problemi,giudicando le ragazze dell quartiere rosso.

    Doccia, pronti per la serata, riassaggi si esce per cenare in pizzeria (italiana gestiti da arabi). 

    Dopo cena andammo ad un pub dove dal vivo una band suonava un pezzo di Chet Baker, bravissimi! Birra di nuovo birra,il locale molto accogliente,pieno di gente che parlavano a ritmo di jazz,conoscemmo 4 ragazze Norveggesi,a di la verità nulla di eccezionale,comunicavamo in modo primordiale,con un linguaggio inventato in quel momento,italianofrancospagnoloabbruzzeseinglese (giargianese). La serata passava inesorabilmente le ragazze andarono via stufe delle nostre cazzate,meglio cosi! Noi continuavamo a bere birra e decidere per il giorno dopo, dove festeggiare lavvento del nuovo anno 1996. Uscimmo dal pub che erano le 4 del mattino ubriachi e affamati,il freddo era  insopportabile, i giubbotti che indossavamo scricchiolavano per la rigidezza : causa ghiaccio. Comprammo dei panini con diversi tipi di salse e gamberetti di laguna e ritornammo in albergo. Troppo freddo!    

     

                A DOMANI AMSTERDAM!!!

     

    Il giorno dopo il 31-12-1995svegliati dal solito raggio di sole,rompi palle,subito a lavoro,giusto per iniziare alla grande,si esce per fare colazione in un bar a Piazza Dam, i dolci di Amsterdam sono buonissimi. La stavano addobbando per la serata,altoparlanti enormi, fuochi pirotecnici per tutto il perimetro, bandiere di tutto il mondo e coccarde ti tutti i tipi. Masser sò cazz a nostr!! eslamò Gabry. Tutta la giornata la passammo cazzeggiando per la città,nonostante il freddo, la temperatura aveva raggiunto i 18 gradi sotto lo zero. Si era fatta sera. Decidemmo di cenare in un ristorante Italiano lungo la Damrak,con del buon Chianti e delle lasagna immangiabili. Finita la cena comprammo una bottiglia di spumante italiano per brindare al nuovo anno, però prima una capatina al C36 per assaggiare qualche  dolcettoe fare rifornimento. Era quasi ora ci avviammo verso piazza Dam, più ti avvicinavi più la musica si sentiva forte,Un fiume di persone tutti con la stessa meta Piazza Dam! Arrivammo,impressionante il colore  e la fantasia delle persone,chi vestiti da giocolieri,chi da Dracula, chi con il vestiti tradizionali olandesi, chi con i capelli dipinti fantasiosamente per la serata,la musiva a palla, lilluminazione fortissima. Una piazza stupenda !!   

    ...-3-2-1 HAPPY NEW YEAR. Dai Gabry stappa! Flopp!! la bottiglia era ghiacciata non potemmo brindare. ma in compenso baci e abbracci con tutte le razze del mondo. I fuochi pirotecnici circondavano la piazza,lintera piazza ballava,nonostante il freddo. Finita la festa ,tutti in giro per la città,tutti i locali pieni. I canali ghiacciati, gente che pattinava sul ghiaccio,giullari,musicisti, acrobati, mangia fuochi , prestigiatori, tutti per strada nonostante il freddo, la temperatura ormai aveva raggiunto i 25 gradi sotto lo zero,una temperatura impossibile per noi mediterranei.

    decidemmo di rifugiarsi in un locale,andammo in un disco bar per trascorre le ultime ore della notte,e gli ultimi brindisi. Stremati dal freddo, tornammo in albergo in silenzio per la stanchezza e consapevoli che la vacanza stava per finire. L’ultimo giorno lo passammo interamente al Bulldog assaporando ogni attimo di quellambiente sapendo che tornando in Italia sarebbero rimasti solo ricordi!!